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martedì 18 settembre 2012

K (ad Annie L)

Alcune foto di Kehin, che ho preso in studio una settimana fa. Volevo intitolare il post ad una donna appena scomparsa, ma poi ci ho ripensato, perché non posso sempre parlare di gente morta, per cui ho concluso che sarebbe stato più bello postare qualche immagine a cui sono legato, fotografie appena nate, e dedicarle alla memoria di Annie Lomax.

Annie è stata anche ricordata dal figlio con una serie di fotografie dalla poesia elevatissima, indescrivibile ed emozionante. Consiglio di guardarle su Terry's world a tutti coloro i quali hanno i mezzi per commuoversi e transumanare di fronte all'arte. Come un bambino innamorato Terry R. ha fotografato la madre nel suo letto d'ospedale, spaventato dai tubi, tenero e disarmato di fronte alla morte. La fotografia di moda da Avedon in poi va a braccetto con l'idea della morte che ci aleggia attorno: che vi rifletta ogni giorno oppure vi si trovi all'improvviso di fronte, i veri fotografi trovano un registro musicale e delicato per posarvisi sopra e disegnarla. 

Anni fa ero a Londra ed andai a vedere una personale di Annie Leibovitz. Le foto non mi piacquero. Una serie raccontava della morte della compagna, e trovai che le immagini fossero prive di una reale visione: piene di personalità, tatto, carattere... La Leibovitz sapeva come raccontare quei momenti, a lei e alle figlie, ma capii che non aveva idea della portata dell'evento che stava vivendo. 
Da sempre giudico le persone per l'atteggiamento che hanno di fronte alla morte. Per questo ancora oggi considero Annie L. come una grande fotografa, ma una artista di secondo ordine. 

Al contrario le fotografie di Richardson rispecchiano un intero universo. La sua interpretazione della morte della madre è un capolavoro di poetica e di umanità. Non arretra di un passo rispetto al suo amore per la vita e le sue contraddizioni da midwest. Ma non voglio dire altro, adesso sono preso da altre cose.

Ecco la breve galleria di Kehin.








domenica 2 settembre 2012

Sulla morte del cardinale Martini

Ieri a Milano è morto il cardinal Martini.



Ecco come vengono riportati da due vangeli canonici ed uno apocrifo (ma il più meraviglioso degli apocrifi: Tommaso) alcuni detti famosi di Cristo pronunciati a quel che dicono i preti su di un monte dalle parti di Cafarnao. 

Matteo 5,10-11: 10 Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
11 Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.

Luca 6, 22: 22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. 


Tommaso 68, 69:  Gesù disse, "Beati voi, quando sarete odiati e perseguitati; e non resterà alcun luogo, dove sarete stati perseguitati."
Gesù disse, "Beati quelli che sono stati perseguitati nei cuori: sono loro quelli che sono arrivati a conoscere veramente il Padre.''

Condoglianze e buon viaggio al cardinale per dovunque se ne stia andando!


lunedì 27 agosto 2012

Donne nude e considerazioni sulla ruffianeria

Siete rientrati dalle ferie? Con le vostre abbronzature da Pinarella di Cervia, il dorato addome Fregene Beach, il gluteo bronzeo Rapallo Style?

Io sono super carico per la rinfrescata di ieri che ha precipitato le temperature ad appena 23 gradi, permettendomi di dormire e resistere al dover cambiare camicia tre volte al giorno!

Rientro dall'Agosto leonino e sonnecchiante con qualche foto a caso, o meglio: qualche vecchia fotografia mai pubblicata, semplice semplice ma perfetta per esercizietti da studio sulle luci eccetera.

Il motivo è che sto buttando giù qualche idea per alcune piccolissime esperienze di docenza ai ragazzi che potrei dover fare questo autunno, e vado a riprendere in mano le basi della fotografia di studio e così via. Se avete consigli per libri di testo chiari ed utili sono qui!

Foto a parte, butto lì una piccola riflessione sul ruolo del fotografo professionista (giovane) nel circuito del suo lavoro, contatti, amici, colleghi. La cosa si può ovviamente estendere, cambiando i termini, ad ogni mestiere o quasi.

Ne parlavo ieri con la mia signorina, che mi faceva notare come tenda ad assumere maschere diverse a seconda della situazione lavorativa in cui mi trovo. Con le agenzie sono una cosa, con altri clienti un'altra, con gli amici un'altra ancora. Non si parla di estremi, ma nemmeno dell'ovvio uso dei registri di oraziana memoria che tutti utilizziamo.


Ci ho pensato un po' su, e devo ammettere che è proprio così. So di fare psicologia o sociologia spicciola, ma è ovvio che anche in questo momento in cui scrivo sto indossando una parrucca, un imbellettamento di trucco ed una mascherina; faccio il simpatico, modero le parole, e così via.


Ovvero: è ovvio che con la nonna si parli differentemente che con l'urologo, col professore diversamente che con l'amico, questo rientra nel normale discernimento delle situazioni della vita.
Ciò a cui alludo io è più un lieve e sottile cambiamento di carattere, di fraseggio, di argomenti; una cosa che certamente va di pari passo con un sostrato di ruffianeria. Se parlo con un agente so di dover utilizzare certi toni, di poter fare certi paragoni e non altri, di dovere qua e là alludere a certe persone, certi ambienti, mentre se parlo con un cliente diretto, ad esempio emiliano, della mia zona, di poter (dover) usare diversi argomenti: magari butterò qua e là qualche caustica espressione dialettale per dimostrare vicinanza, o vestirò con dettagli più casual, come un bermuda anziché il pantalone.
Parlo di ruffianeria, anziché, come farebbero molti, di opportunità, perché non sono un ipocrita, ma non me ne vergogno in alcun modo, né la ritengo, entro i limiti che si evincono dal mio discorso, una pratica deprecabile: semplicemente è importante, anzi fondamentale, rendersi conto di chi si ha davanti quando si svolge una professione, qualunque essa sia.

E questa cosa non è quasi mai una mossa sbagliata, perché se l'interlocutore è una persona semplice sarà contento di avere a che fare con qualcuno che ne capisce le necessità e prima ancora il modo di vivere e di rapportarsi di cui il linguaggio e l'apparenza spesso sono specchio, mentre se l'interlocutore è uno più "sgamato" a sua volta apprezzerà il "giochetto" di voler -senza scadere nel lecchinaggio, è pur sempre tutta una questione di stile!- assecondare il suo mondo, entrandone nei meccanismi, il che, per estensione, almeno sulla carta si traduce nell'essere disponibile a risolvere i suoi problemi, a prendersi carico anche di ciò che non riguarda solo ed espressamente il lavoro tout court.

Tutto questo è un modo come un altro di ribadire come, nel 2012 in Italia, per fare un mestiere da professionista saper fare il lavoro è soltanto il primo dei tuoi problemi!