Siete rientrati dalle ferie? Con le vostre abbronzature da Pinarella di Cervia, il dorato addome Fregene Beach, il gluteo bronzeo Rapallo Style?
Io sono super carico per la rinfrescata di ieri che ha precipitato le temperature ad appena 23 gradi, permettendomi di dormire e resistere al dover cambiare camicia tre volte al giorno!
Rientro dall'Agosto leonino e sonnecchiante con qualche foto a caso, o meglio: qualche vecchia fotografia mai pubblicata, semplice semplice ma perfetta per esercizietti da studio sulle luci eccetera.
Il motivo è che sto buttando giù qualche idea per alcune piccolissime esperienze di docenza ai ragazzi che potrei dover fare questo autunno, e vado a riprendere in mano le basi della fotografia di studio e così via. Se avete consigli per libri di testo chiari ed utili sono qui!
Foto a parte, butto lì una piccola riflessione sul ruolo del fotografo professionista (giovane) nel circuito del suo lavoro, contatti, amici, colleghi. La cosa si può ovviamente estendere, cambiando i termini, ad ogni mestiere o quasi.
Ne parlavo ieri con la mia signorina, che mi faceva notare come tenda ad assumere maschere diverse a seconda della situazione lavorativa in cui mi trovo. Con le agenzie sono una cosa, con altri clienti un'altra, con gli amici un'altra ancora. Non si parla di estremi, ma nemmeno dell'ovvio uso dei registri di oraziana memoria che tutti utilizziamo.
Ci ho pensato un po' su, e devo ammettere che è proprio così. So di fare psicologia o sociologia spicciola, ma è ovvio che anche in questo momento in cui scrivo sto indossando una parrucca, un imbellettamento di trucco ed una mascherina; faccio il simpatico, modero le parole, e così via.
Ovvero: è ovvio che con la nonna si parli differentemente che con l'urologo, col professore diversamente che con l'amico, questo rientra nel normale discernimento delle situazioni della vita.
Ciò a cui alludo io è più un lieve e sottile cambiamento di carattere, di fraseggio, di argomenti; una cosa che certamente va di pari passo con un sostrato di ruffianeria. Se parlo con un agente so di dover utilizzare certi toni, di poter fare certi paragoni e non altri, di dovere qua e là alludere a certe persone, certi ambienti, mentre se parlo con un cliente diretto, ad esempio emiliano, della mia zona, di poter (dover) usare diversi argomenti: magari butterò qua e là qualche caustica espressione dialettale per dimostrare vicinanza, o vestirò con dettagli più casual, come un bermuda anziché il pantalone.
Parlo di ruffianeria, anziché, come farebbero molti, di opportunità, perché non sono un ipocrita, ma non me ne vergogno in alcun modo, né la ritengo, entro i limiti che si evincono dal mio discorso, una pratica deprecabile: semplicemente è importante, anzi fondamentale, rendersi conto di chi si ha davanti quando si svolge una professione, qualunque essa sia.
E questa cosa non è quasi mai una mossa sbagliata, perché se l'interlocutore è una persona semplice sarà contento di avere a che fare con qualcuno che ne capisce le necessità e prima ancora il modo di vivere e di rapportarsi di cui il linguaggio e l'apparenza spesso sono specchio, mentre se l'interlocutore è uno più "sgamato" a sua volta apprezzerà il "giochetto" di voler -senza scadere nel lecchinaggio, è pur sempre tutta una questione di stile!- assecondare il suo mondo, entrandone nei meccanismi, il che, per estensione, almeno sulla carta si traduce nell'essere disponibile a risolvere i suoi problemi, a prendersi carico anche di ciò che non riguarda solo ed espressamente il lavoro tout court.
Tutto questo è un modo come un altro di ribadire come, nel 2012 in Italia, per fare un mestiere da professionista saper fare il lavoro è soltanto il primo dei tuoi problemi!