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martedì 28 febbraio 2012

Valentina - Book (parte I)

Qualche giorno fa mi sono divertito parecchio a realizzare il book della splendida ballerina Valentina.

Era la prima di quelle splendide giornate di simil-primavera che ci stanno accompagnando in questa fine di Febbraio, ed ho deciso di rimontare parte del set in esterni, nel cortile davanti Studio, per scattare aiutati dalla luce tiepida del sole.

Eccovi la prima parte: sono tante foto per cui spezzetto in due o tre articoli!

Baci



















venerdì 24 febbraio 2012

Perché va bene scattare in jpeg anche se non si è figofotografi

Questo è l'ultimo articolo noioso, poi foto nuove in arrivo!

Parliamo un momento di un argomento tecnico. O meglio, che sarebbe tecnico in un mondo normale, ma nella nostra Italia contemporanea, nella quale tutti siamo fotografi bravissimi, non lo è affatto, anzi, è discussione comune, quasi banale, di tutti i giorni. 

Titolo: a me piace scattare le fote digitali in Jpeg. Sottotitolo: in culo a Berengo Gardin.

Ecco, ora che ho attirato la vostra attenzione col titolo sensazionalistico spieghiamo. 

Devo ammettere che questo è un tema fotografico del quale ho pensato più volte di parlare, perché ci leggo un certo grado di concettualità riguardo il gesto fotografico, e non soltanto tecnicità dell'immagine.

Il concetto che ci spiegano il primo giorno alla scuola per "ho comprato la reflex, sono un figofotografo" è: solo i bburini scattano le fotine in jpeg, noi che siamo figofotografi da adesso in poi scattiamo in questo formato magico e misterioso che si chiama Raw, ed ha estensioni diverse a seconda del produttore di fotocamera. Il jpeg dei pezzenti registra informazioni ad 8 bit per canale di colore RGB, è compresso, registra tutte le scelte della tua camera... Insomma, è pacchiano, poco modificabile e dilettantistico. 
Il Raw invece è decompresso, registra a 16 bit le informazioni, tiene i livelli di colore separati, si può modificare, schiarire, colorare, desaturare, e via così. 
Da questa regola aurea ne derivano altre: il bianco e nero si fa in camera chiara con i software, o softuer, il bilanciamento dei bianchi pure, le luci sono sistemabili, i difetti si correggono. E poi quanto siamo fighi che apriamo le foto con Camera Raw (sì, c'è in giro gente che usa quel software: poi ci lamentiamo delle guerre!). 

E io dico: vabbè, buono, sono tutto contento e anche un pelino imbarzottito. Sto diventando a mia volta un figofotografo. O Photographer (a proposito: la dicitura photographer nel mio sito non è perché sono un bimbominkia con la reflex, è perché ci sono almeno altri tre omonimi colleghi nel solo centro nord Italia che si chiamano Francesco Rossi Fotografo, e dovendo registrare dei domini ho optato per quello piuttosto che inventarmi un nome a caso, tipo Studio Lumiere e cagate così). 
Però c'è un piccolo però. Che io magari per scattare una fotografia mi preparo per bene le luci, penso alla gradazione del colore, sottoespongo per avere la resa che mi piace, predispongo in camera una resa di bianco e nero che mi piace (contrasto, nitidezza, filtro colore eccetera); insomma, costruisco la fotografia. E quando me la scatto mi piace che venga fuori come l'ho pensata al momento dello scatto, né più né meno. Quel che voglio fare in camera chiara è correggere solo i minimi difetti: un brufolino, un elemento di sfondo da togliere. Non voglio cioè che, aperto il Raw col programmino, questo perda in un attimo tutte le informazioni di scatto che avevo applicato alla camera, mostrandomi una foto neutra e del tutto anonima, bilanciata quanto vi pare ma differente da quel che avevo fatto io. 

Mi è venuto in mente tutto ciò dopo aver scattato un lungo book con Valentina questa mattina, una ballerina professionista molto in gamba. Scaricate le foto e apertole con Lightroom o Capture One sembravano fotine da catalogo stagione autunno inverno, e non un bel book con luci un pelo più personali. 

Vi anticipo il finale: nel mio piccolo scatto sempre il doppio formato Raw e Jpeg, per avere tramite esso una traccia da seguire nel ricostruire la foto a Lightroom, con virate, contrasti e così via. 
Incomma, la soluzione meno pessima è proprio questa: avere entrambe le versioni (di qualità massima ovviamente) e poi utilizzare il jpeg come traccia per ricreare la foto dal Raw. 
Il problema però non si risolve: la fotografia checché ci diciamo pro digitale, elaborazioni e compagnia cantante è comunque un evento puntuale, nel senso che si fonda sul concetto di presenza: il fotografo era lì nel momento del fatto, ha preso quel che c'era e nel modo che intendeva lui. Ed il raw nudo e crudo, cancellate le informazioni della camera, non è quel che il fotografo ha scattato nel momento in cui si trovava sul suo set. Perché è evidente, la stessa persona con una luce diversa non è la stessa cosa, in fotografia. Anzi.

Perché non mi dico soddisfatto del doppio uso di raw e jpeg? Perché anche in quel caso, andando a ricreare l'immagine con le due affiancate, il raw modificato non risulterà mai uguale al jpeg, a meno di perderci ore ed ore ed ore inutilmente. E come verrà? Quasi sempre verrà più bello. Perché quando siamo lì a sistemare è evidente che un punticino in più alla vividezza, al bilanciamento lo diamo, rendendo la foto più accattivante, e questo spesso è un bene, nel caso specialmente di immagini commerciali, ma se si tratta di foto personali, la troppa perfezione genera staticità, noia, già visto, quando invece il jpeg compresso nella sua non perfezione ha quel non so che di analogico che rende molte fotografie più interessanti, più vive: in un colpo d'occhio restituisce gli attimi dell'evento, crea complicità, movimento, dà davvero la percezione del clima respirato. Tanto che, come ho fatto nell'album di Marija pubblicato pochi giorni fa, mi capita, specie per il bianco e nero di cui sono adoratore, di mischiare in fase di editing scatti estrapolati dal Raw con alcuni altri (pochi comunque) originali dal Jpeg, non modificati, al limite ridimensionati. 

E' una coglionata? Può essere, perché no. Rinuncio al ruolo di figofotografo se serve per l'ammenda. Però è una evidente contraddizione, o perlomeno una esasperazione del concetto che Roversi scatti in lastra Polaroid su grande formato ed io in Raw decompresso. O no? 

mercoledì 22 febbraio 2012

Leggere due libri ogni tanto non rende HIV +



A dispetto dell'età, sono un vecchio rincoglionito. Sono anziano dentro.  Dixit.

E questa è la premessa. Detto ciò, prendetemi a male parole, datemi dello snob, del cinico, dello stronzo, quel che vi pare, ma non riesco veramente a sopportare o prendere anche solo in simpatia, in linea generale, chi non sa scrivere.

Non so che dirvi, è una di quelle cose che mi prendono male a prescindere. E data la mia faccia di culo non è nemmeno così raro che ad interlocutore greve faccia notare certi exploit lessical-creativi fuori tracciato. Con inevitabile risposta, che, probabilmente a causa dell'ego, va quasi sempre a difendere goffamente il mentecatto: "no, guarda che "se ero stato" si può dire!!!"  

E poi non so voi, (ok, qui faccio veramente l'arteriosclerotico) ma da qualche tempo a questa parte mi par di notare che i più giovani tocchino vette al ribasso finora sconosciute. Non è come quando ero ragazzino io (non tanto tempo fa dopo tutto), dove certi conoscenti sbagliavano - al limite - i congiuntivi, o i condizionali. Tutt'altro. Qui si arriva a nuovi piani di disordine mentale, di analfabetismo di ritorno. 

Se fossi qualcun altro (uno qualunque di voi senzadio) comincerei a dare colpe: è colpa di facebook, del t9, di twitter, di Zuckemberg in persona, della Tv spazzatura, dei giornali online, e così via. Ovvio che chi pensa cose del genere è egli stesso un ritardato. Alludo. No, la colpa non è di queste cose, non più di quanto Hitchcock perlomeno fosse responsabile per quel tizio che, visto Psycho al cinema, commise un delitto.
Nemmeno i professori sono colpevoli, perché in Italia i professori sono sempre gli stessi: nel pubblico nessuno mai alza il culo dalla poltrona. Né tantomeno quel culo gli viene alzato. La professoressa Della Chiesa (sostituite il nome con quello di quella ciabatta che odiavate al liceo) ha insegnato a vostro padre, a voi e a quel piccolo rantolo di vostro figlio, ma se voi, volenti o nolenti, qualche frasettina la sapete anche buttar giù, così non è per il nano malefico che avete avuto la sfortuna di generare. Se dovete scrivere un curriculum insomma vi ricordate che "perché" si scrive senza alcuna "x" (e non sono ironico, ho letto CV contenenti "xké") ed amenità del genere.


Una splendida foto di Bombolo

Ok, apro uno spiraglio di speranza, non che di posa, ma di minor pena. Devo ammettere di avere passato una adolescenza privilegiata, per quel che si intende comunemente. Liceo, amici liceali, e così via. Può dunque essere che in altri ambiti - che so! Gli istituti professionali - le cose andassero a velocità differenti, ma ho comunque ben chiaro il ricordo della stirpe dei miei coetanei come di gente tutto sommato piuttosto preparata, che sapeva, se necessario, esprimersi con proprietà di linguaggio. Va bene, le abbreviazioni negli sms scappavano e non raramente, ma sono venialità che esistono da sempre, specie alla luce del fatto che su un protocollo da compito in classe nessuno dei miei conoscenti avrebbe mai usato uno slang tipo "perké", "nn", "sn" ecc. Non solo. 
Il discorso varia a seconda delle zone d'Italia, ma, come per il Latino medievale, anche per l'Italiano vale il discorso che un tempo veniva piuttosto ben distinto lo scritto dal parlato. La lingua scritta è per sua natura meravigliosa perché si pone un gradino al di sopra del parlato comune: si concede più pause, più spazi, può digredire, descrivere, saltare di palo in frasca, auto riferirsi e così via; non serve che lo spieghi troppo, va da sé. 
Seguitemi e ditemi se non sembra anche a voi che il ragazzino medio di oggi si ponga davanti al foglio bianco come si porrebbe davanti ad un coetaneo, dando forma ai pensieri come se la parola e la scrittura fossero lo stesso linguaggio. Perché, non sono la stessa cosa? Sta cippa, cari i miei piccoli lettori. Se pensate che la parola e la scrittura siano la stessa cosa traslata in media differenti cadete in un errore biasimevole che vi potrebbe portare a pensare che, ad esempio, la fotografia e il cinema siano equiparabili, o meglio veicolino gli stessi messaggi, ma con diverse modalità. E invece le cose non stanno così: letteratura, lingua parlata, cinema, pittura, musica e quella disciplina nella quale si recitano poesie d'ottava coi rutti Non sono attività equiparabili sul piano dei contenuti. Spesso si sente dire, da altri ritardati: "A me piacciono il cinema e la musica, o comunque tutta l'arte, perché uno se è un artista è un artista a prescindere, poi può fare quel che gli pare, il fotografo, il pittore, lo scultore...."

Ecco la corbelleria. Non che uno possa essere più cose contemporaneamente: anzi, uno DEVE essere più cose contemporaneamente, non esistono più i fotografi che fanno solo fotografie, i registi che fanno solo spettacoli, e così via, ma quando uno fa fotografia dice cose che solo le fotografie possono dire, che sono tante ma non tutte, quando fa lo scrittore scrive cose che solo la letteratura può esprimere, che sono tante ma non tutte, e così via.

Se no si delegittima ogni dignità del linguaggio, e va bene secolo debole, ma non certo in questa forma!


Cletus e Brandine. 


Tornando in tema, al giovane piccolo brufolo ormai è del tutto estranea la differenza tra l'io scrittore e l'io parlante. Quando ero ragazzino, o bambino, e mi si chiedeva un tema, subito assumevo una particolare forma mentis che mi portava la consapevolezza e la convenienza del cambio di registro. Anche senza fare grandi sforzi mentali: naturalmente mi rendevo conto che il mio scritto dovesse dissociarsi dal normale linguaggio usato con amici e parenti, e non soltanto per una questione di rigore o "altezza" di contenuti, ma per l'insita proprietà del mezzo. Posso fare esempi pratici, anche se sono sminuenti: nel linguaggio parlato, come emiliano romagnolo, è molto raro che utilizzi il passato remoto, mentre nello scritto questo tempo regna su quasi tutti gli altri. Allo stesso modo scrivendo vado subito a ricercare la punteggiatura, l'interpunzione, costruendo le frasi, progettandole affinché tutto fili liscio e si "lasci leggere" senza troppo sforzo, oppure al contrario che risulti arzigogolato, ma comunque formalmente ineccepibile. Nello scritto non uso ripetizioni, spazio tra tutti i tempi verbali, introduco il discorso diretto, e così via. E non è che tutto questo lo faccia io in funzione di chissà quale dote innata, è un percorso quasi obbligato per chiunque. O almeno lo era, fino all'ultima generazione.

L'omissione dei punti, delle virgole, la non separazione delle coordinate, l'uso massiccio di onomatopee della risata, se da un lato ricorda certe avanguardie sovietiche risulta però poi avvilente per chi legge e si rende conto che dall'altra parte (del computer, del foglio, del cellulare) c'è qualcuno che ritiene di farsi capire usando un linguaggio verbale trascritto monco di tutto ciò che rende tale la parola: il corpo, l'estemporaneità, il contesto, l'immanenza del parlante, e così via. Mi viene in mente come parentesi che un effetto di questo tipo lo vediamo in molte intercettazioni giornalistiche; senza sapere se alla cornetta si stesse ridendo, scherzando, si fosse seri o sarcastici non possiamo realmente cogliere il senso delle parole dattiloscritte. 

Ed è talmente importante questa separazione che, una volta ben compresa, permette di costruirci su tutto un mondo, decostruendo, formando, plasmando eccetera. Ci sarebbero mille miliardi di esempi, ma così su due piedi mi vengono in mente i virtuosismi spettacolari di Kerouac, quando tentava di riproporre un linguaggio parlato su carta per rendere l'aspetto più vorticoso, continuo e viscerale del presente e del tempo. Non che tentasse di "scrivere come parlava", ma cosciente della separazione dei due linguaggi creò una lingua che richiamasse quella orale, esaltandone certi aspetti e tacendone altri. Quello che fa insomma un grande artista. 

Questo è proprio ciò che maggiormente mi lascia stupefatto, e lo ripeto volentieri: molti ragazzini non si rendono conto della differenza che c'è tra scritto e parlato.
Beh, ad esser sincero quel che mi distrugge di più è l'uso indiscriminato di avere come ausiliare senza la "h" o l'accento quando servono: "o fatto la cacca", "e andato al cinema"... Ma anche la storia di scritto/parlato è da brividi!

Facciamo un passo indietro e torniamo alle ragioni del tracollo letterario e linguistico. Da cosa dipende? Ve l'ho detto, non credo che le colpe siano di internet o della tv o cazzate del genere: questi media sono continuamente denigrati ed accusati, ma a mio avviso superano nei pregi i difetti connaturati. Come per il buon Lamarck, l'uso sviluppa l'organo (quando non rende ciechi...): chi legge impara anche a scrivere. Chi non lo fa, non impara. E' una regola piccina piccina, ma funziona. Potete provare a confutarla con un doppio cieco, oppure come vi pare.

Per la stessa legge si imparano a fare buone fotografie guardandone altre, a fare buon cinema guardandone altro. Non tocco il discorso dosi, qui si entra in un altra area di speculazione, ma è indubbio che la cultura infici la buona resa di ciò che si fa. E tra tutte queste cose, a mio avviso la più importante è leggere. Non per un primato intrinseco della letteratura, ma perché essa è, sopra le altre arti, il fondamento della civiltà in occidente, e tramite essa possiamo conoscere anche gli altri linguaggi. L'occidente si fonda su poche cose: la Bibbia, l'Iliade, i Dialoghi, la Divina Commedia. Se non si legge come prima cosa non si può andare avanti con le altre. E' inutile studiare mille libri di C. Bresson se non si è letto Ovidio. E' inutile passeggiare per il Prado se non si è letto Cervantes, o Dante, o Tasso.

E con questa banalità oceanica chiudo il discorso, vergognandomi anche un poco per la pochezza di questo ragionamento, o meglio per la sua ovvietà.

Vi lascio soltanto con una domanda, o meglio, con una sentenza sulla quale mi interrogo. Il professor Pasquini, durante alcune sue lezioni all'università di Bologna, era solito ripetere una propria convinzione granitica, sulla quale negli anni più volte sono ritornato, senza mai poter sciogliere il nodo. Tutt'ora non mi sono riuscito a fare un'idea su di essa, in un senso o nell'altro.

Sosteneva Pasquini, il gigante Emilio Pasquini, che non esiste al mondo un libro che non valga la pena di essere letto.


martedì 21 febbraio 2012

Mary

Domenica (l'altro ieri), ho fatto qualche scatto in location con la splendida Marija.
Una casa del '300 ristrutturata ci ha fatto da sfondo. Nessun flash, solo luci pilota, un paio di lenti in tutto e qualche cambio d'abito. E' un servizio in condizioni estreme: freddo artico, tempi ristretti, nessun flash, e così via. Ah, e poi mi si è scoperchiata una camera bruciando una diapositiva 6x6 già esposta, vigliacca! Però ci siamo divertiti un casino!

Ecco una summa delle foto!

Baci a Marija e alla signora Comesichiama dell'agriturismo!


























sabato 18 febbraio 2012

Io instagrammo. Aggiornarsi per stare al mondo.

Tutte le foto su questo blog sono copiate pari pari da qualcuno. Se non vi piacciono, prendetevela con loro.

Oppure prendetevela con me, ma sappiate che rintraccerò l'IP, scoprirò dove vivete, prenderò un aereo, un treno, un taxi e verrò a cercarvi.

Coglioni.

Ps. Queste le ho fatte ieri dopo pranzo a Rimini. Non ero lì per questo, ma per tutt'altro lavoro. Però già che passeggiavo in riva al mare le ho scattate! Chiamiamole "Le mie foto instagram/bimbominkia".









Dettaglio della foto precedente.