Qualche foto di Laura & Valentina sul finire di uno strano Agosto, ora rovente, ora ventilato.
Ci siamo trasferiti in collina, tra i morbidi sbalzi della terra soffice e tra erbette ancora non del tutto bruciate per questo servizio low cost di divertimento in compagnia. Laura & Valentina assieme passeggiano tra le antiche case e i massi che scrivono le radici della "bella gente d'appennino".
E venerdì mattina in partenza verso Modena, in un meraviglioso castello appenninico per due giorni di foto ai corsi e workshop tratrali di Tony Contartese.
mercoledì 31 agosto 2011
lunedì 29 agosto 2011
Sempre a rosicà
Noi giovani fotografi che abbiamo aperto attività nel periodo più buio della storia fotografica stiamo sempre a rosicare contro certi nomi noti, i quali dai loro siti e blog gettano -anzi, gIttano- montagne di merda su tutto quello che non fa rima con "Milano", "cocaina" o "non sono frocio, sto solo cercando di lavorare".
E' chiaro che il modo migliore di rispondere a questo nugolo di stronzi è tacere e fare il proprio mestiere in pace. Ma a volte veramente ci rimani di sasso. Quando leggi sui blog di fotografi affermati che le tue foto fanno schifo, che si deve fare così e così, che il tuo culo deve girare attorno al cazzo di questo o quel redattore, che la modella va fotografata al tramonto in un solo scatto fatto nel secondo perfetto trovato grazie ad una ricerca forsennata dopo aver soggiornato nel resort cinquestelle per una settimana a spese del mensile, che si dice maquillage e non make up o trucco, che lo styling, che "ah, la diapo!", che "noi nel workshop insegnamo"...
E poi vai a vedere in giro e ti accorgi che i redazionali a loro nome calano o sono low cost (/loucost), le copertine finiscono ai primi anni 2000 o se più recenti fanno parte di complesse architetture di marketing alla fine delle quali la foto sarebbe potuta essere scattata anche da un gibbone, tra il marasma di assistenti, tecnici, ritoccatori, truccatori, redazionisti e mancette dei pr... Ti accorgi che questi santoni organizzano workshop da 600€ dove chiamano però modelle in tfp (vuol dire gratis), nei quali parlano di cose come "il momento magico", "costruire un'emozione" e robe del genere. Ti accorgi che partecipano a corsi, master e simili nei quali dicono che il futuro si fa con I-Phone ed I-Pad, e riempiono le pagine facebook di istantanee cazzata del mare al tramonto con l'effettino vintage, salvo ovviamente aprire le porte dello studio al cliente con dorsi digitali a pioggia per fare la parte dei fighi. E ti accorgi che questi dorsi fanno la parte del leone in studi da centinaia di migliaia di euro nei quali la parola d'ordine è "cervello, non tecnologia", sebbene nel resto d'Europa ci ridano tutti dietro per la banalità insulsa del miscuglio fotografico commerciale.
Ma perché rosichi, fotografo Rossi?
Perché alcuni di questi stronzi, che ora usano la rete come ultima spiaggia per galleggiare (quelli ancora in auge se ne fregano dei blog, nuove tendenze una sega) nonostante fatturino ancora cifre di tutto rispetto, non esitano un secondo a mettere in atto tutta una serie di comportamenti volti a denigrare e svalutare il lavoro della giovane concorrenza. Fa parte della vecchia manfrina: hey, sì, i giovani sono il futuro, sono il primo a dirlo, ma non vedi che per fare i veri lavori occorrono esperienza e mezzi? Vieni da me, non da loro!
Le fortune di questi professionisti così quotati sono due o tre:
1- Si sono formati e realizzati in un'epoca nella quale erano in pochi a fare fotografie e sono diventati bravi PERCHE' NE HANNO AVUTO LE POSSIBILITA'.
2- Si sono formati e realizzati PRIMA di internet: di conseguenza non poterono pubblicare, come avrebbero fatto, le foto giovanili, come facciamo noi giovani appunto, spesso sbagliando o peccando di quelle presunzioni ed ingenuità tipiche dell'età e che producono sì visibilità ma anche esposizione a critiche continue (a me arrivano in continuazione messaggi o mail di gente che non interrogata si prende la briga di scrivermi lunghe prose colme di ingiurie mascherate da "gentili critiche costruttive").
Insomma, ora col culo al caldo, senza paura che i loro contratti vengano toccati (la sicurezza che l'artista dovrebbe odiare) forti delle loro copertine, si permettono di giudicare qua e là come ragazzini, sempre omettendo di dire come la bravura di un fotografo, al netto dell'innata abilità eccetera eccetera, si generi dall'esperienza mirata. Ovvero: più lavori faccio, più capisco come vadano fatti e mi miglioro. Che non è affatto lo stesso di dire "faccio tante foto per migliorarmi", che sarà sì importante ma spesso è fuorviante; perché le foto che si fanno senza un cliente dietro, senza un committente, ci aiutano poco a comprendere le severe e molteplici leggi del marketing, dell'immagine, della moda e di tutto ciò che in generale fa vendere e salire le quotazioni di noi come professionisti. Bisogna fare tante foto commerciali: solo così si cresce (ok, non solo, ma avete capito quel che intendo), e tutti questi geni della fotografia aperti ai giovani dietro le quinte tentano di togliere ai giovani stessi ogni procura, ammettendo al gota i soli che si uniformano alle stesse logiche alle quali si dovettero genuflettere loro. Come in Parlamento, ragazzi.
Ce la si prende sempre e spesso a ragione con i millantatori fotografici che abbattono il mercato lavorando in nero. Ok.
Ma esiste una categoria altrettanto nauseabonda, ed è quella di certuni fotografi di alto livello, che verrebbero ben descritti forse soltanto da un Fulvio Abbate, o, all'epoca aurea, da un Pierpaolo P.
E' chiaro che il modo migliore di rispondere a questo nugolo di stronzi è tacere e fare il proprio mestiere in pace. Ma a volte veramente ci rimani di sasso. Quando leggi sui blog di fotografi affermati che le tue foto fanno schifo, che si deve fare così e così, che il tuo culo deve girare attorno al cazzo di questo o quel redattore, che la modella va fotografata al tramonto in un solo scatto fatto nel secondo perfetto trovato grazie ad una ricerca forsennata dopo aver soggiornato nel resort cinquestelle per una settimana a spese del mensile, che si dice maquillage e non make up o trucco, che lo styling, che "ah, la diapo!", che "noi nel workshop insegnamo"...
E poi vai a vedere in giro e ti accorgi che i redazionali a loro nome calano o sono low cost (/loucost), le copertine finiscono ai primi anni 2000 o se più recenti fanno parte di complesse architetture di marketing alla fine delle quali la foto sarebbe potuta essere scattata anche da un gibbone, tra il marasma di assistenti, tecnici, ritoccatori, truccatori, redazionisti e mancette dei pr... Ti accorgi che questi santoni organizzano workshop da 600€ dove chiamano però modelle in tfp (vuol dire gratis), nei quali parlano di cose come "il momento magico", "costruire un'emozione" e robe del genere. Ti accorgi che partecipano a corsi, master e simili nei quali dicono che il futuro si fa con I-Phone ed I-Pad, e riempiono le pagine facebook di istantanee cazzata del mare al tramonto con l'effettino vintage, salvo ovviamente aprire le porte dello studio al cliente con dorsi digitali a pioggia per fare la parte dei fighi. E ti accorgi che questi dorsi fanno la parte del leone in studi da centinaia di migliaia di euro nei quali la parola d'ordine è "cervello, non tecnologia", sebbene nel resto d'Europa ci ridano tutti dietro per la banalità insulsa del miscuglio fotografico commerciale.
Ma perché rosichi, fotografo Rossi?
Perché alcuni di questi stronzi, che ora usano la rete come ultima spiaggia per galleggiare (quelli ancora in auge se ne fregano dei blog, nuove tendenze una sega) nonostante fatturino ancora cifre di tutto rispetto, non esitano un secondo a mettere in atto tutta una serie di comportamenti volti a denigrare e svalutare il lavoro della giovane concorrenza. Fa parte della vecchia manfrina: hey, sì, i giovani sono il futuro, sono il primo a dirlo, ma non vedi che per fare i veri lavori occorrono esperienza e mezzi? Vieni da me, non da loro!
Le fortune di questi professionisti così quotati sono due o tre:
1- Si sono formati e realizzati in un'epoca nella quale erano in pochi a fare fotografie e sono diventati bravi PERCHE' NE HANNO AVUTO LE POSSIBILITA'.
2- Si sono formati e realizzati PRIMA di internet: di conseguenza non poterono pubblicare, come avrebbero fatto, le foto giovanili, come facciamo noi giovani appunto, spesso sbagliando o peccando di quelle presunzioni ed ingenuità tipiche dell'età e che producono sì visibilità ma anche esposizione a critiche continue (a me arrivano in continuazione messaggi o mail di gente che non interrogata si prende la briga di scrivermi lunghe prose colme di ingiurie mascherate da "gentili critiche costruttive").
Insomma, ora col culo al caldo, senza paura che i loro contratti vengano toccati (la sicurezza che l'artista dovrebbe odiare) forti delle loro copertine, si permettono di giudicare qua e là come ragazzini, sempre omettendo di dire come la bravura di un fotografo, al netto dell'innata abilità eccetera eccetera, si generi dall'esperienza mirata. Ovvero: più lavori faccio, più capisco come vadano fatti e mi miglioro. Che non è affatto lo stesso di dire "faccio tante foto per migliorarmi", che sarà sì importante ma spesso è fuorviante; perché le foto che si fanno senza un cliente dietro, senza un committente, ci aiutano poco a comprendere le severe e molteplici leggi del marketing, dell'immagine, della moda e di tutto ciò che in generale fa vendere e salire le quotazioni di noi come professionisti. Bisogna fare tante foto commerciali: solo così si cresce (ok, non solo, ma avete capito quel che intendo), e tutti questi geni della fotografia aperti ai giovani dietro le quinte tentano di togliere ai giovani stessi ogni procura, ammettendo al gota i soli che si uniformano alle stesse logiche alle quali si dovettero genuflettere loro. Come in Parlamento, ragazzi.
Ce la si prende sempre e spesso a ragione con i millantatori fotografici che abbattono il mercato lavorando in nero. Ok.
Ma esiste una categoria altrettanto nauseabonda, ed è quella di certuni fotografi di alto livello, che verrebbero ben descritti forse soltanto da un Fulvio Abbate, o, all'epoca aurea, da un Pierpaolo P.
domenica 28 agosto 2011
giovedì 25 agosto 2011
A proposito delle ultime affermazioni di Gianni Berengo Gardin
Inutile stare qui a girarci intorno: Berengo Gardin ha due peculiarità che lo rendono del tutto inattaccabile da chicchessia.
1- E' un vecchio.
2- E' un grande fotografo.
3- (aggiungiamolo...) Se ne sbatte di ogni possibile menata da blogger o giovane fotografo.
La premessa è dunque chiara: nulla di quanto scriverò qui sotto deve essere preso come una critica a Gardin; sarebbe sciocco quanto stucchevole. Diciamo con più serietà che uso le sue affermazioni come spunto per una veloce riflessione.
La tesi che Gardin continua a riproporre è quella della supremazia dell'analogico. Di questo però non discuto. Senza giri di parole la ritengo la sacrosanta convinzione di un vecchio. Sacrosanta. Ma di un vecchio. Ed ovviamente sono pronto a discutere di ciò, se volete, ma in tutta onestà mi pare ci sia poco da dire. La controprova? Guardatevi Sarabanda, di Ingmar Bergman: il suo ultimo film per la tv. Girato in digitale. Se anche Bergman (BERGMAN!!!!!!!!!!!!!!DIO!) gira in digitale, Gardin non mi può certo convincere del contrario.
No, voglio prendere due righe per discutere di un'altro punto
Dice Gardin (parafrasato): ciò che viene sempre meno nella fotografia contemporanea è il confine tra fotografia ed immagine.
In questa frase esiste moltissima verità. Attenzione, non è banale. Gardin è molto intelligente e riconosce da sempre la grande differenza tra fotografia e realtà: sa bene (leggete sue interviste ecc) che è il fotografo a prendere l'immagine, e che dunque questa è un prodotto del pensiero, più che una riproposizione della verità. Lo sa a tal punto che differisce da Cartier Bresson, quando dice: sì, esiste l'istante magico dello scatto, ma questo istante non esiste in Sè, o in un contesto che lo genera, ma esiste nell'occhio di chi scatta. Una grande verità. Ed un inno all'umiltà del fotografo, che così non si siede più sul tetto del mondo, convinto di poter scandagliare i segreti meccanismi del divenire, ma si accontenta di porre la propria mente a servizio dell'idea e dell'arte.
Insomma, Berengo Gardin è uno strenuo sostenitore del ruolo attivo e fondante del fotografo nello scatto. Sebbene, ovviamente, il suo spirito reportagistico lo renda di natura apparentemente neutrale in molte immagini, questa neutralità si manifesta nella sopensione del giudizio (alla Ghirri) su quanto fotografa, più che nell'ignavia di stile.
Un esempio?
Guardiamo questa foto.
In alcun modo possiamo dire che si tratti di una presa della realtà in quanto tale. Tutt'altro. Innanzitutto è in bianco e nero, e non mi risulta che lo sia anche la realtà. Se anche poi potessimo ipotizzare che il monaco fosse ignaro dello scatto e che si tratti di una foto rubata in stile reportagistico, è innegabile che Gardin abbia cercato le condizioni perché la foto venisse scattata in questo modo e non in altri. Ad esempio, visto l'avvicinarsi dell'ecclesiaste, mettendosi in attesa nel punto giusto del suo passaggio.
La composizione geometrica ma non perfetta nelle prospettive ci indica che la foto è quella di un reportagista, non di chi voleva a tutti i costi generare una perfezione stilistica che risultasse fastidiosa nella sua maniacalità; ed infatti lo stile di Gardin è asciutto come sempre. Gardin non è Kubrick, non vuole rendere asettico il suo ambiente.
Dal tipo si pavimento ed altri piccoli indizi, anche senza leggere la didascalia (ma Gardin ci tiene che lo facciamo) capiamo che la location è una curia, o qualche altra forma di sede ecclesiastica, ed italiana. Magari una grande sagrestia, o locali privati di un vescovado o monastero. Di certo qualche cosa che riguarda il mondo religioso. Sebbene il quadro chiuda in maniera asfittica le due figure, impedendoci di vedere cosa sta attorno.
Questo è un chiaro esempio di quel che dicevamo prima: Gardin qui non vuole "mostrarci" il monastero, come si trattasse di un mero documentario. Non vuole farci vedere come sono fatte le volte, i soffitti, dove è arroccato, né ci vuole descrivere la vita comune del monaco, com'è fatta la sua giornata, come vive la fede, quali siano i suoi rapporti con la famiglia, o le donne, o il mondo. Anzi, prendendolo di spalle non ce ne mostra nemmeno il volto, elevandolo a feticcio artistico, a figura del mondo della chiesa cattolica.
E difatti stringe il quadro attorno alle due figure speculari.
Da un lato un vescovo, o un antico monaco, in un affresco di fattura modesta ma piena di alterigia e dignità. Il rosario in mano, rimanda al glorioso passato della chiesa degli umili, post trentina, al pauperismo distaccato dell'ordine.
Dall'altro lato, in perfetta specularità ed oltre una porta con volta che ricorda spaventosamente la cornice dell'affresco, un altro monaco, questa volta vivente, e girato dalla parte opposta, che anziché uscire da uno stipite buio entra in un altro, buio a sua volta.
Ora, senz'altro condizioni così' favorevoli sono una bella botta di culo, ma io dico sempre che le botte di culo le si ha quando le si cerca!
Qual'è il commento alla foto in maniera allegorica? Qui viene il bello! Perché Gardin non lo sottolinea. Non ci dice nulla su come dovremmo giudicare la cosa che vediamo dal punto di vista etico, o morale, o filosofico, o anagogico, eccetera. Il modo in cui fotografa, centrale, ad altezza media, non solo non ci dà alcuna chiave di lettura sulla realtà, ma anzi ci dice chiaramente che l'autore questa chiave non la vuole dare di proposito! Perché come ogni grande reportagista sa che siamo noi a dover leggere quel che pensiamo. Ma attenzione: non quel che pensiamo della realtà intesa come verismo, ma della realtà intesa come costrutto.
Gianni Berengo Gaardin in questa foto ci mette davanti il passato della chiesa, forse fastoso ma un po' acciaccato come l'affresco, ed il presente. Uno guarda una direzione, uno l'altra. Entrambi indossano lo stesso saio bianco, simbolo di speranza, fede e carità, ma vanno in opposte direzioni. Questa realtà è davvero quanto di più costruito ed autoriale possa esistere. Eppure è realtà, non finzione. Come il teatro. Come l'arte.
Facciamo qualche ipotesi di come si possa leggere l'immagine.
1. e' una critica feroce nei confronti della chiesa contemporanea, che lascia affievolire il ricordo del passato e se ne va in direzione opposta verso il buio.
2. è una lode del monachesimo e quindi della religione mistica, introspettiva. Come nel passato, così ora, con la stessa veste il fedele che cerca dio si deve immergere nell'oscurità e nel silenzio del suo cuore. Il vecchio saggio del passato ne é la testimonianza, mentre il giovane si appresta impaurito ad incominciare il suo viaggio.
3. è una metafora della chiesa. Stessa cornice (il mondo, creato da Dio), stessa tunica. Il vecchio del passato guarda a noi, come in una icona ortodossa, così come il passato della chiesa millenaria vive nel fedele guidandolo nelle sue scelte, mentre la chiesa contemporanea, il giovane, guarda al futuro ignoto forte di vivere sulle spalle del gigante di cui porta le vesti.
3. è un'opera metalinguistica sul ruolo della fotografia. Il monaco nell'affresco è certamente rappresentazione. Ma lo è anche il monaco a sinistra, poiché fotografato e non reale. Soprattutto oggi, quando anche quel monaco è probabilmente anziano, se non defunto (Gardin sostiene in proposito che le foto migliorino invecchiando, come il vino). Tutta la foto potrebbe essere una riflessione ironica sul significato di realtà e contemporaneità.
4. è, di nuovo, una critica all'immobilismo della chiesa: secoli fa come oggi gli stessi abiti, le stesse abitudini.
E si potrebbe continuare molto a lungo.
Insomma: il ruolo autoriale di Gardin sta nel "costruire" una realtà, nel sottoporre un problema puntuale, preciso. Non nel giudicarla. Questo spetta all'osservatore cosciente che sappia leggere la fotografia.
E fino a qui sono in pieno accordo con lui.
dov'è allora la mia presa di distanza?
Nella differenza fotografia - immagine.
Quel che dice Gardin è che la fotografia analogica ha di per sé un grande merito: quello di lasciare il vero del momento allo scatto.
Di che parliamo? Di quello che diceva circa quaranta anni fa nel suo saggio "La camera chiara" Roland Barthes, ovvero: così come è evidente che quel che vediamo in una foto non sia LA realtà, ciò non di meno non possiamo negare che ciò che vediamo in quella stessa foto si sia svolto, sia esistito.
Un esempio celeberrimo è la foto di Walsky pubblicata dal Los Angeles times nel 2003. Scattata a Bassora, è la composizione di due scatti presi a distanza di pochi istanti che, combinati assieme, rendono un'idea completamente diversa delle cose.
Se nelle due immagini originali si capisce come il soldato faccia parte di una forza di pace intenta a coordinare uno spostamento di civili, nel montaggio finale parrebbe quasi che lo stesso soldato sia invece in assetto offensivo, intimando ad un padre col figlioletto ferito un alt minaccioso.
all'epoca lo smascheramento della foto fece il giro del mondo e Waslky fu licenziato.
In questo caso Gardin parlerebbe di immagine anziché fotografia. Perché in una foto di reportage la realtà la puoi a volte accomodare, costruire come fosse un set, ma resta comunque veritiera nel suo essere esistita. Nessuno può dire che il monaco non stesse veramente entrando in quella porta. Al contrario, con una conoscenza base di Photoshop un contemporaneo in cinque minuti può modificare, interpolare o cambiare un'immagine per farle assumere, a scapito di un apparente verismo, qualunque significato.
Quindi Gardin ha ragione nel dire che da fotografia, da testimonianza tangibile per quanto artefatta, si passa ad immagine, ovvero simulacro, contenitore, misto di photoshop, grafiche, intangibilità e leggerezza?
No. Secondo me no.
Perché?
Per tre motivi.
1. Molto pragmatico. Al mondo già esistono ed esistevano regole e leggi per garantire la "genuinità" dello scatto, in tutti quei campi nei quali si richiede alla fotografia di essere reportagistica appunto, ovvero non manipolata, non artefatta o "migliorata". Non solo gli stati, ma le società editoriali applicano queste policy. Non ricordo se l'anti trust o chi altro poco fa ha fatto ritirare una campagna pubblicitaria di un antirughe perché la modella della foto era stata piallata a photoshop.
2. La manipolazione maligna o negligente delle immagini è sempre esistita. Come sempre sono esistite le copie ritoccate ed epurate dei romanzi, i ritratti abbelliti dei potenti, gli articoli di giornale conniventi e così via. La paura di Gardin è reale e condivisibile, ma non può essere superata disconoscendo il digitale perché "rende le cose più facili". Sono i comportamenti a generare i risultati, non i mezzi.
Due esempi:
Insomma, non serviva certo Photoshop. Se però la paura di Gardin è verso l'elevazione in potenza di questa tendenza, beh, di nuovo sono convinto che il passato sia inutile da rivangare. Le cose le si possono contestare quando è il caso, ma non si può fermare progresso e tecnologia. Non solo perché non si può, ma perché ontologicamente non ha senso. Si fa la figura di un Benedetto Croce qualsiasi.
3. La fotografia a pellicola storicamente ha ceduto il passo.
Attenzione: non sono un sostenitore del digitale bla bla bla, nulla di questo. In moda, in fotografia professionale si usa ancora tanto la pellicola, ma nel mondo, nel mondo in generale, il digitale ha subissato e subisserà sempre più la pellicola o l'analogico in genere. E questo è semplicemente lapalissiano. Quanti negozi che sviluppavano i rullini kodak stanno chiudendo o hanno chiuso perché la gente si compra le panasonic o quelle cavolo di macchinette compatte e si scarica le vacanze sul vajo!
Se smettiamo di parlare di fotografia col digitale smetteremo di parlare di fotografia DEL TUTTO.
Ma di nuovo, questa concezione nasce da un gesto passivo e di conseguenza sbagliato che si ha nei confronti della fotografia. Quello di ritenerla serva del mezzo.
Sei fotografo se fai questo. Se usi questo. Se resti coerente a quest'altro. Leggete il post precedente a questo, dove riporto quel che dice Benedusi. Capito?
La fotografia non PUO' essere, caro Gardin, l'espressione di un mezzo, così come non lo è da anni il cinema. Cos'è, un film girato in IMAX o in 3d è meno film di uno a 35mm? Siamo davvero così pieni di noi, snob e ciechi da pensare una cosa del genere? Lo ripeto: Ingmar Bergman girò un film in digitale. David Lynch ha girato in digitale (pure scarso digitale!) Tarantino ha inserito mezz'ora di animazione a Kill Bill. Wim Wenders sta realizzando un documentario in 3D!
E all'estero la GRANDE fotografia non è più solo analogica da anni. E non mi fate citare a tutti i costi i soliti nomi.
La differenza tra immagine e fotografia è giusto che si perda, nell'arte, nella moda, quando la si vuol far pedrere, ed è giusto che si mantenga nei campi obbligati: il reportage su tutti. Ma questi cambiamenti o conferme non devono essere frutto di una limitazione tecnica, bensì dell'attivo uso della ragione, dell'intelletto, della conoscenza e del buon senso. Come lo è per tutte le altre cose del mondo.
1- E' un vecchio.
2- E' un grande fotografo.
3- (aggiungiamolo...) Se ne sbatte di ogni possibile menata da blogger o giovane fotografo.
La premessa è dunque chiara: nulla di quanto scriverò qui sotto deve essere preso come una critica a Gardin; sarebbe sciocco quanto stucchevole. Diciamo con più serietà che uso le sue affermazioni come spunto per una veloce riflessione.
La tesi che Gardin continua a riproporre è quella della supremazia dell'analogico. Di questo però non discuto. Senza giri di parole la ritengo la sacrosanta convinzione di un vecchio. Sacrosanta. Ma di un vecchio. Ed ovviamente sono pronto a discutere di ciò, se volete, ma in tutta onestà mi pare ci sia poco da dire. La controprova? Guardatevi Sarabanda, di Ingmar Bergman: il suo ultimo film per la tv. Girato in digitale. Se anche Bergman (BERGMAN!!!!!!!!!!!!!!DIO!) gira in digitale, Gardin non mi può certo convincere del contrario.
No, voglio prendere due righe per discutere di un'altro punto
Dice Gardin (parafrasato): ciò che viene sempre meno nella fotografia contemporanea è il confine tra fotografia ed immagine.
In questa frase esiste moltissima verità. Attenzione, non è banale. Gardin è molto intelligente e riconosce da sempre la grande differenza tra fotografia e realtà: sa bene (leggete sue interviste ecc) che è il fotografo a prendere l'immagine, e che dunque questa è un prodotto del pensiero, più che una riproposizione della verità. Lo sa a tal punto che differisce da Cartier Bresson, quando dice: sì, esiste l'istante magico dello scatto, ma questo istante non esiste in Sè, o in un contesto che lo genera, ma esiste nell'occhio di chi scatta. Una grande verità. Ed un inno all'umiltà del fotografo, che così non si siede più sul tetto del mondo, convinto di poter scandagliare i segreti meccanismi del divenire, ma si accontenta di porre la propria mente a servizio dell'idea e dell'arte.
Insomma, Berengo Gardin è uno strenuo sostenitore del ruolo attivo e fondante del fotografo nello scatto. Sebbene, ovviamente, il suo spirito reportagistico lo renda di natura apparentemente neutrale in molte immagini, questa neutralità si manifesta nella sopensione del giudizio (alla Ghirri) su quanto fotografa, più che nell'ignavia di stile.
Un esempio?
![]() |
| Gianni Berengo Gardin, Monaco, Siena |
Guardiamo questa foto.
In alcun modo possiamo dire che si tratti di una presa della realtà in quanto tale. Tutt'altro. Innanzitutto è in bianco e nero, e non mi risulta che lo sia anche la realtà. Se anche poi potessimo ipotizzare che il monaco fosse ignaro dello scatto e che si tratti di una foto rubata in stile reportagistico, è innegabile che Gardin abbia cercato le condizioni perché la foto venisse scattata in questo modo e non in altri. Ad esempio, visto l'avvicinarsi dell'ecclesiaste, mettendosi in attesa nel punto giusto del suo passaggio.
La composizione geometrica ma non perfetta nelle prospettive ci indica che la foto è quella di un reportagista, non di chi voleva a tutti i costi generare una perfezione stilistica che risultasse fastidiosa nella sua maniacalità; ed infatti lo stile di Gardin è asciutto come sempre. Gardin non è Kubrick, non vuole rendere asettico il suo ambiente.
Dal tipo si pavimento ed altri piccoli indizi, anche senza leggere la didascalia (ma Gardin ci tiene che lo facciamo) capiamo che la location è una curia, o qualche altra forma di sede ecclesiastica, ed italiana. Magari una grande sagrestia, o locali privati di un vescovado o monastero. Di certo qualche cosa che riguarda il mondo religioso. Sebbene il quadro chiuda in maniera asfittica le due figure, impedendoci di vedere cosa sta attorno.
Questo è un chiaro esempio di quel che dicevamo prima: Gardin qui non vuole "mostrarci" il monastero, come si trattasse di un mero documentario. Non vuole farci vedere come sono fatte le volte, i soffitti, dove è arroccato, né ci vuole descrivere la vita comune del monaco, com'è fatta la sua giornata, come vive la fede, quali siano i suoi rapporti con la famiglia, o le donne, o il mondo. Anzi, prendendolo di spalle non ce ne mostra nemmeno il volto, elevandolo a feticcio artistico, a figura del mondo della chiesa cattolica.
E difatti stringe il quadro attorno alle due figure speculari.
Da un lato un vescovo, o un antico monaco, in un affresco di fattura modesta ma piena di alterigia e dignità. Il rosario in mano, rimanda al glorioso passato della chiesa degli umili, post trentina, al pauperismo distaccato dell'ordine.
Dall'altro lato, in perfetta specularità ed oltre una porta con volta che ricorda spaventosamente la cornice dell'affresco, un altro monaco, questa volta vivente, e girato dalla parte opposta, che anziché uscire da uno stipite buio entra in un altro, buio a sua volta.
Ora, senz'altro condizioni così' favorevoli sono una bella botta di culo, ma io dico sempre che le botte di culo le si ha quando le si cerca!
Qual'è il commento alla foto in maniera allegorica? Qui viene il bello! Perché Gardin non lo sottolinea. Non ci dice nulla su come dovremmo giudicare la cosa che vediamo dal punto di vista etico, o morale, o filosofico, o anagogico, eccetera. Il modo in cui fotografa, centrale, ad altezza media, non solo non ci dà alcuna chiave di lettura sulla realtà, ma anzi ci dice chiaramente che l'autore questa chiave non la vuole dare di proposito! Perché come ogni grande reportagista sa che siamo noi a dover leggere quel che pensiamo. Ma attenzione: non quel che pensiamo della realtà intesa come verismo, ma della realtà intesa come costrutto.
Gianni Berengo Gaardin in questa foto ci mette davanti il passato della chiesa, forse fastoso ma un po' acciaccato come l'affresco, ed il presente. Uno guarda una direzione, uno l'altra. Entrambi indossano lo stesso saio bianco, simbolo di speranza, fede e carità, ma vanno in opposte direzioni. Questa realtà è davvero quanto di più costruito ed autoriale possa esistere. Eppure è realtà, non finzione. Come il teatro. Come l'arte.
Facciamo qualche ipotesi di come si possa leggere l'immagine.
1. e' una critica feroce nei confronti della chiesa contemporanea, che lascia affievolire il ricordo del passato e se ne va in direzione opposta verso il buio.
2. è una lode del monachesimo e quindi della religione mistica, introspettiva. Come nel passato, così ora, con la stessa veste il fedele che cerca dio si deve immergere nell'oscurità e nel silenzio del suo cuore. Il vecchio saggio del passato ne é la testimonianza, mentre il giovane si appresta impaurito ad incominciare il suo viaggio.
3. è una metafora della chiesa. Stessa cornice (il mondo, creato da Dio), stessa tunica. Il vecchio del passato guarda a noi, come in una icona ortodossa, così come il passato della chiesa millenaria vive nel fedele guidandolo nelle sue scelte, mentre la chiesa contemporanea, il giovane, guarda al futuro ignoto forte di vivere sulle spalle del gigante di cui porta le vesti.
3. è un'opera metalinguistica sul ruolo della fotografia. Il monaco nell'affresco è certamente rappresentazione. Ma lo è anche il monaco a sinistra, poiché fotografato e non reale. Soprattutto oggi, quando anche quel monaco è probabilmente anziano, se non defunto (Gardin sostiene in proposito che le foto migliorino invecchiando, come il vino). Tutta la foto potrebbe essere una riflessione ironica sul significato di realtà e contemporaneità.
4. è, di nuovo, una critica all'immobilismo della chiesa: secoli fa come oggi gli stessi abiti, le stesse abitudini.
E si potrebbe continuare molto a lungo.
Insomma: il ruolo autoriale di Gardin sta nel "costruire" una realtà, nel sottoporre un problema puntuale, preciso. Non nel giudicarla. Questo spetta all'osservatore cosciente che sappia leggere la fotografia.
E fino a qui sono in pieno accordo con lui.
dov'è allora la mia presa di distanza?
Nella differenza fotografia - immagine.
Quel che dice Gardin è che la fotografia analogica ha di per sé un grande merito: quello di lasciare il vero del momento allo scatto.
Di che parliamo? Di quello che diceva circa quaranta anni fa nel suo saggio "La camera chiara" Roland Barthes, ovvero: così come è evidente che quel che vediamo in una foto non sia LA realtà, ciò non di meno non possiamo negare che ciò che vediamo in quella stessa foto si sia svolto, sia esistito.
Un esempio celeberrimo è la foto di Walsky pubblicata dal Los Angeles times nel 2003. Scattata a Bassora, è la composizione di due scatti presi a distanza di pochi istanti che, combinati assieme, rendono un'idea completamente diversa delle cose.
all'epoca lo smascheramento della foto fece il giro del mondo e Waslky fu licenziato.
In questo caso Gardin parlerebbe di immagine anziché fotografia. Perché in una foto di reportage la realtà la puoi a volte accomodare, costruire come fosse un set, ma resta comunque veritiera nel suo essere esistita. Nessuno può dire che il monaco non stesse veramente entrando in quella porta. Al contrario, con una conoscenza base di Photoshop un contemporaneo in cinque minuti può modificare, interpolare o cambiare un'immagine per farle assumere, a scapito di un apparente verismo, qualunque significato.
Quindi Gardin ha ragione nel dire che da fotografia, da testimonianza tangibile per quanto artefatta, si passa ad immagine, ovvero simulacro, contenitore, misto di photoshop, grafiche, intangibilità e leggerezza?
No. Secondo me no.
Perché?
Per tre motivi.
1. Molto pragmatico. Al mondo già esistono ed esistevano regole e leggi per garantire la "genuinità" dello scatto, in tutti quei campi nei quali si richiede alla fotografia di essere reportagistica appunto, ovvero non manipolata, non artefatta o "migliorata". Non solo gli stati, ma le società editoriali applicano queste policy. Non ricordo se l'anti trust o chi altro poco fa ha fatto ritirare una campagna pubblicitaria di un antirughe perché la modella della foto era stata piallata a photoshop.
2. La manipolazione maligna o negligente delle immagini è sempre esistita. Come sempre sono esistite le copie ritoccate ed epurate dei romanzi, i ritratti abbelliti dei potenti, gli articoli di giornale conniventi e così via. La paura di Gardin è reale e condivisibile, ma non può essere superata disconoscendo il digitale perché "rende le cose più facili". Sono i comportamenti a generare i risultati, non i mezzi.
Due esempi:
![]() |
| Davide Mecchia, "fotogiornalismo ed etica dell'immagine nella società digitalizzata", 2008. |
Insomma, non serviva certo Photoshop. Se però la paura di Gardin è verso l'elevazione in potenza di questa tendenza, beh, di nuovo sono convinto che il passato sia inutile da rivangare. Le cose le si possono contestare quando è il caso, ma non si può fermare progresso e tecnologia. Non solo perché non si può, ma perché ontologicamente non ha senso. Si fa la figura di un Benedetto Croce qualsiasi.
3. La fotografia a pellicola storicamente ha ceduto il passo.
Attenzione: non sono un sostenitore del digitale bla bla bla, nulla di questo. In moda, in fotografia professionale si usa ancora tanto la pellicola, ma nel mondo, nel mondo in generale, il digitale ha subissato e subisserà sempre più la pellicola o l'analogico in genere. E questo è semplicemente lapalissiano. Quanti negozi che sviluppavano i rullini kodak stanno chiudendo o hanno chiuso perché la gente si compra le panasonic o quelle cavolo di macchinette compatte e si scarica le vacanze sul vajo!
Se smettiamo di parlare di fotografia col digitale smetteremo di parlare di fotografia DEL TUTTO.
Ma di nuovo, questa concezione nasce da un gesto passivo e di conseguenza sbagliato che si ha nei confronti della fotografia. Quello di ritenerla serva del mezzo.
Sei fotografo se fai questo. Se usi questo. Se resti coerente a quest'altro. Leggete il post precedente a questo, dove riporto quel che dice Benedusi. Capito?
La fotografia non PUO' essere, caro Gardin, l'espressione di un mezzo, così come non lo è da anni il cinema. Cos'è, un film girato in IMAX o in 3d è meno film di uno a 35mm? Siamo davvero così pieni di noi, snob e ciechi da pensare una cosa del genere? Lo ripeto: Ingmar Bergman girò un film in digitale. David Lynch ha girato in digitale (pure scarso digitale!) Tarantino ha inserito mezz'ora di animazione a Kill Bill. Wim Wenders sta realizzando un documentario in 3D!
E all'estero la GRANDE fotografia non è più solo analogica da anni. E non mi fate citare a tutti i costi i soliti nomi.
La differenza tra immagine e fotografia è giusto che si perda, nell'arte, nella moda, quando la si vuol far pedrere, ed è giusto che si mantenga nei campi obbligati: il reportage su tutti. Ma questi cambiamenti o conferme non devono essere frutto di una limitazione tecnica, bensì dell'attivo uso della ragione, dell'intelletto, della conoscenza e del buon senso. Come lo è per tutte le altre cose del mondo.
Come diventare bravi secondo settimio benedusi
http://www.benedusi.it/blog/fotometro/#comments
Leggete di cui sopra!
;-)
Io mi trovo abbastanza d'accordo!
Leggete di cui sopra!
;-)
Io mi trovo abbastanza d'accordo!
mercoledì 24 agosto 2011
Un fatto realmente accaduto
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Io vidi in Firenze uno che strascinando, a modo di bestia da tiro, come colà è stile, un carro colmo di robe, andava con grandissima alterigia gridando e comandando alle persone di dar luogo; e mi parve figura di molti che vanno pieni d’orgoglio, insultando agli altri, per ragioni non dissimili da quella che causava l’alterigia in colui, cioè tirare un carro.
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martedì 23 agosto 2011
Per fare pace con Marcella Fava e tutta la comunità degli amici delle alte luci non bruciate pubblico alcune immagini di Alessia un pelo post prodotte. Ho sistemato le luci, recuperato le parti che non erano più leggibili e in generale la dinamica dei colori o dei contrasti.
Spero vi piacciano: io le trovo deliziose per la dolcezza di Alessia e la luce del pomeriggio tra le foglie.
Adesso so già che qualcuno mi scriverà dicendo che nelle foto non si possono tagliare le mani o le parti del corpo. Allora pubblicherò delle foto con le teste tutte intere. Poi mi diranno che al primo giorno della scuola di fotografia ti insegnano che il bianco si misura su un cartoncino con grigio neutro al 18%. E io pubblicherò una scannerizzazione della ricevuta del negozio che attesti l'acquisto, poi a camera raw o lightroom cambierò il bilanciamento di tutte le foto.
A quel punto qualcun altro di questa lega della difesa del manualino della fotocamera mi dirà che "primo piano" significa che il collo va tagliato alle clavicole, o che i ritratti si possono fare solo in banco ottico, preferibilmente in bianco e nero, o che le stampe si fanno su carta cotone. E via così. I gran visir della loggia sono i puristi della pellicola: loro mi scriveranno dandomi consigli su quale diluizione fare dei chimici ILFORD. Fallo a 50 e poi tiralo a 200!
Quando l'ambulanza mi porterà via con i testicoli caduti dal corpo e rotolanti verso lo scarico della grondaia sarò comunque felice, e imparato.
Spero vi piacciano: io le trovo deliziose per la dolcezza di Alessia e la luce del pomeriggio tra le foglie.
Adesso so già che qualcuno mi scriverà dicendo che nelle foto non si possono tagliare le mani o le parti del corpo. Allora pubblicherò delle foto con le teste tutte intere. Poi mi diranno che al primo giorno della scuola di fotografia ti insegnano che il bianco si misura su un cartoncino con grigio neutro al 18%. E io pubblicherò una scannerizzazione della ricevuta del negozio che attesti l'acquisto, poi a camera raw o lightroom cambierò il bilanciamento di tutte le foto.
A quel punto qualcun altro di questa lega della difesa del manualino della fotocamera mi dirà che "primo piano" significa che il collo va tagliato alle clavicole, o che i ritratti si possono fare solo in banco ottico, preferibilmente in bianco e nero, o che le stampe si fanno su carta cotone. E via così. I gran visir della loggia sono i puristi della pellicola: loro mi scriveranno dandomi consigli su quale diluizione fare dei chimici ILFORD. Fallo a 50 e poi tiralo a 200!
Quando l'ambulanza mi porterà via con i testicoli caduti dal corpo e rotolanti verso lo scarico della grondaia sarò comunque felice, e imparato.
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