Il book dell'incantevole Sara, una ballerina bravissima che ha fatto un salto in studio pochi giorni fa per un paio d'ore di scatti.
Tutto molto semplice: una o due luci, una o due lenti, qualche cambio d'abito. Mi sembra sempre più vero come l'unico modo per preservare l'atmosfera sia lavorare in semplicità ed allegria.
sabato 11 febbraio 2012
mercoledì 1 febbraio 2012
La sconosciuta arte dell'editing
Differentemente dal mondo del cinema, dove l'editor è colui il quale monta le inquadrature una all'altra per creare il metraggio della pellicola che andrà a costituire il film, in fotografia la figura dell'editor è di colui il quale (o spesso colei la quale) si occupa di scegliere, tra un certo numero di immagini proposte dal fotografo, quelle dieci o quindici o venti che andranno a costituire il portfolio del lavoro.
In quest'arte tutto (o quasi) è lasciato al concetto di gusto: ogni editor importante sceglie in base alle proprie preferenze e ad alcune norme di "modernità" pescando tra ciò che gli capita sotto mano. Diverso è poi editare per un redazionale, una mostra, un libro eccetera eccetera, sia per numero che per grafica, che per contenuto. L'editor è quello che decide quanto spazio dedicare alle foto e quanto al testo, che colori utilizzare per la grafica, o in un allestimento galleristico a quale distanza disporre le opere, a quale altezza sulla parete, in quale formato stamparle a volte, e così via. Capita finanche che in base alle foto sul suo tavolo egli prenda una strada completamente diversa da quella dello scattino e costruisca un percorso iconografico, una vera e propria storia, che nulla ha a che fare con quanto pensato in origine. Scartando, accoppiando, tagliando, ridimensionando, creando pause e accelerazioni. E' un mestiere affascinante ed ambiguo, definito "musicale" da chi lo pratica, con indubbia arroganza ma non senza rendere l'idea.
Da un lato può sembrare a molti fotografi seccante che un tizio qualunque prenda in mano il proprio lavoro e lo distrugga per ricomporlo (anche se non è proprio così, sto solo semplificando per il blog), dell'altro quello dell'editor è un processo misterioso e davvero magico. Una cosa che mi lascia stupefatto è come a volte da un pacchetto di immagini vengano scelte le fotografie finali non per forza secondo un meccanismo di "qualità". Capita infatti che una immagine più bruttina o minore rispetto ad altre venga ad esse favorita perché, aggiunta alla composizione, ben posizionata in un determinato punto, genera una sensazione, o una emozione che magari foto più "belle" nell'accezione generica del termine non determinavano.
L'esempio più banale (finanche stupido) è quello della foto mossa, o leggermente fuori fuoco, che molto spesso se messa appunto in gioco con altre contribuisce a "spingerle", magari creando un effetto movimento, o dinamico, o soltanto soffiando una ventata di freschezza e leggerezza su un servizio un po' troppo "serioso", professionale.
Laddove di contro un bel primissimo piano, per quanto perfetto o anche in funzione di ciò può togliere slancio e movimento creando una pausa inopportuna.
Ne accenno non solo perché è un universo che mi affascina, ma specialmente perché è un universo che non mi appartiene. Purtroppo tra i molti difetti ho anche quello di essere un pessimo giudice del mio lavoro, e, casi rari a parte, fatico di istinto ad editare da solo ciò che produco.
Ci pensavo proprio ieri che riordinando ho ricollegato dopo un anno o due un hd di archivio con i lavori del 2010. Tra essi c'era un servizio di coppia realizzato con Francesca e Valentina ed il make up di Stefano Sacchi. Sfogliando rapidamente le immagini mi sono reso conto di avere, all'epoca, del tutto frainteso il mio stesso lavoro, scegliendo foto poco efficaci, ed ho quindi ripreso in mano il tutto post producendo nuove e diverse fotografie.
Vi metto in visione dunque un portfolio su Valentina, che ancora ritengo del tutto imperfetto, ma molto più di carattere rispetto a quanto pubblicai all'epoca.
E comunque non è curioso che in questo articolo si usi per ben due volte il desueto avverbio "finanche"?
In quest'arte tutto (o quasi) è lasciato al concetto di gusto: ogni editor importante sceglie in base alle proprie preferenze e ad alcune norme di "modernità" pescando tra ciò che gli capita sotto mano. Diverso è poi editare per un redazionale, una mostra, un libro eccetera eccetera, sia per numero che per grafica, che per contenuto. L'editor è quello che decide quanto spazio dedicare alle foto e quanto al testo, che colori utilizzare per la grafica, o in un allestimento galleristico a quale distanza disporre le opere, a quale altezza sulla parete, in quale formato stamparle a volte, e così via. Capita finanche che in base alle foto sul suo tavolo egli prenda una strada completamente diversa da quella dello scattino e costruisca un percorso iconografico, una vera e propria storia, che nulla ha a che fare con quanto pensato in origine. Scartando, accoppiando, tagliando, ridimensionando, creando pause e accelerazioni. E' un mestiere affascinante ed ambiguo, definito "musicale" da chi lo pratica, con indubbia arroganza ma non senza rendere l'idea.
Da un lato può sembrare a molti fotografi seccante che un tizio qualunque prenda in mano il proprio lavoro e lo distrugga per ricomporlo (anche se non è proprio così, sto solo semplificando per il blog), dell'altro quello dell'editor è un processo misterioso e davvero magico. Una cosa che mi lascia stupefatto è come a volte da un pacchetto di immagini vengano scelte le fotografie finali non per forza secondo un meccanismo di "qualità". Capita infatti che una immagine più bruttina o minore rispetto ad altre venga ad esse favorita perché, aggiunta alla composizione, ben posizionata in un determinato punto, genera una sensazione, o una emozione che magari foto più "belle" nell'accezione generica del termine non determinavano.
L'esempio più banale (finanche stupido) è quello della foto mossa, o leggermente fuori fuoco, che molto spesso se messa appunto in gioco con altre contribuisce a "spingerle", magari creando un effetto movimento, o dinamico, o soltanto soffiando una ventata di freschezza e leggerezza su un servizio un po' troppo "serioso", professionale.
Laddove di contro un bel primissimo piano, per quanto perfetto o anche in funzione di ciò può togliere slancio e movimento creando una pausa inopportuna.
Ne accenno non solo perché è un universo che mi affascina, ma specialmente perché è un universo che non mi appartiene. Purtroppo tra i molti difetti ho anche quello di essere un pessimo giudice del mio lavoro, e, casi rari a parte, fatico di istinto ad editare da solo ciò che produco.
Ci pensavo proprio ieri che riordinando ho ricollegato dopo un anno o due un hd di archivio con i lavori del 2010. Tra essi c'era un servizio di coppia realizzato con Francesca e Valentina ed il make up di Stefano Sacchi. Sfogliando rapidamente le immagini mi sono reso conto di avere, all'epoca, del tutto frainteso il mio stesso lavoro, scegliendo foto poco efficaci, ed ho quindi ripreso in mano il tutto post producendo nuove e diverse fotografie.
Vi metto in visione dunque un portfolio su Valentina, che ancora ritengo del tutto imperfetto, ma molto più di carattere rispetto a quanto pubblicai all'epoca.
E comunque non è curioso che in questo articolo si usi per ben due volte il desueto avverbio "finanche"?
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