Una mattinata decido di farmi il giretto del turista tra le tombe di Père Lachaise.
Passeggio per ore lì dentro. Poi, accanto alla tomba di Chopin e di fronte a quella dell'irriverente Pierre Desproges, dove è sepolto Michel Petrucciani, mi siedo, e con le cuffie del lettore CD alle orecchie mi ascolto l'intero disco delle conversazioni tra lui e Bob Malach, un misto meraviglioso di piano solo e sax tenore, dove accanto alle canzoni i due chiacchierano di musica e di vita.
E' stato un momento che non scorderò mai.
Se non avete questo disco vi consiglio di acquistarlo (non di scaricarlo, questa è musica che l'mp3 non sa rendere).
Ad un certo punto Petrucciani ricorda la prima visita che fece negli Stati Uniti, ospite di Malach.
Il padrone di casa è all'estero per concerti, così Michel è costretto nell'attesa a passare alcuni giorni completamente da solo, in quella enorme casa elegante.
In una sala c'è uno splendido pianoforte a coda, e Michel Petrucciani è uno dei più straordinari pianisti jazz di tutti i tempi.
Ma lo strumento non è suo. La casa non è sua. Suonare gli strumenti degli altri è maleducazione. Per una settimana Michel se ne sta in quella casa, divorato dalla voglia di mettere le mani sulla tastiera di avorio, senza nemmeno toccarla.
Provate ad immaginare la tensione, la brama, gli ormoni e il desiderio di quell'uomo, in quelle lunghissime giornate. Immaginatevelo con le dita che si muovono appena nell'aria, a simulare le note, smanioso di sentire con le orecchie tutte quelle sfumature che la mente non può pretendere, o fingere anche con se stesso di passare per caso di continuo davanti a quell'oggetto di legno smaltato.
Quando dopo una settimana Malach ritorna a casa, e scoperto per sua ammissione che il suo ospite non ha toccato il pianoforte nemmeno una volta, si stupisce e prova colpa per non aver pensato di dovergli dare il permesso formale di farlo. I due passano così un tempo infinito a suonare assieme, e quel che ne esce sarà quello splendido disco registrato nell'89, le quattro incisioni di "My bebop tune", dove man mano Petrucciani sprofonda dentro sè stesso, verso l'osso, togliendo, scavando, liberandosi del superfluo.
Lavorando alle immagini di Isabella oggi ho messo su di nuovo Petrucciani: questa volta non le Conversazioni, ma qualche cosa di meno devastante: del resto il lavoro è mio, e non posso permettermi di dare a Michel la stessa attenzione che devo ad Isabella. Così ho attaccato un concerto dal vivo per piano solo ad una rassegna jazzistica a Burghausen, in Germania, nel 1993.
E se non avessi cominciato una nuova dieta vi assicuro che in questo momento un bicchiere di vino bianco chiuderebbe benissimo il trittico.
Qui sotto il concerto, assieme ad un'anteprima delle immagini di Isabella.
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