Il vangelo in casi di dubbio è sovente una campana d'opinione piuttosto solida. Non ne parlo da un punto di vista religioso, ma etico, o più semplicemente "di raziocinio". Si basa su secoli di ebraismo e di Torah (legge di Dio), è stato scritto sulla base di una tradizione millenaria di fenomenale valore umano che arriva al gigante san Paolo, e a questa aggiunge tre o quattro uscite di Gesù che potremmo definire niente male (ama il tuo nemico, lascia tutti i tuoi averi e seguimi, perdona i peccatori, esalta gli umili, umiliati e verrai esaltato). Quella Ragione con la R maiuscola cui si invocava già ai tempi il cardinale Ratzinger.
Procedendo su questa linea è giusto ricordare che quello che nel vangelo viene chiamato "Timor di Dio" non è altro a conti fatti (e laicizzando la cosa) che il senso di limite che una società (come un singolo) si devono imporre. Si prende atto cioè che, affinché le cose funzionino bene in un determinato gruppo, ci si deve tutti quanti porre dei limiti, che chiamiamo poi crimini o peccati: ci sono cose che si devono definire "sbagliate" a prescindere. Non "diverse", non "postulabili", ma sbagliate. Pena la collera di Dio, la Gehenna e via così. Se tendo ad ammantare una visione religiosa come quella Cristiana del travestimento da Leviatano di Hobbes non è un caso, parlando come facciamo di Stati Uniti.
A questo viene poi in aiuto il diritto, primo tra tutti quello definito naturale. Esistono anche argomentazioni logiche di causa ed effetto che in questi frangenti vengono tirate fuori, sulla falsa riga de "lo stato ti da la libertà, e quindi in alcuni casi può togliertela, ma non ti da la vita, e quindi non te la può togliere".
Insomma, la si può tirare lunga. Non starò certo ad elencare tutte le argomentazioni di chi, in America come da noi, si oppone alla pena di morte. Alcune sono finanche stucchevoli.
Vi racconto solo come sono arrivato a pensarla io.
Da ragazzino non mi ponevo in contrasto acceso con la pena di morte negli Stati Uniti, pur non essendone un gran fan. Avevo alcune argomentazioni un po' puerili, sebbene non così banali: da un lato questa pena arriva dopo processi regolari (per farci un'idea è doveroso dire che sono molto più regolari, anche nel malvagio Texas, di quelli italiani!).
Ogni stato ha secondo il principio di autodeterminazione il diritto di scegliere attraverso il voto le proprie idee su pene e punizioni, non è mio compito giudicare per loro. Tanto meno in una nazione come gli Stati Uniti così legata intrinsecamente alla religione: se la vedranno con Dio una volta morti, pensavo, dato che lo millantano tanto. Non solo: facevo notare come spesso il carcere sia una pena davvero pesante, mortificante, annullante dell'umanità che c'è anche nel peggior criminale. Forse è preferibile la morte ad una vita di questo tipo.
Mi sono ricreduto negli anni della maturità, ma non per motivazioni new-age come l'amore universale e altre cazzate da "lo scrivo su facebook così mi mettono tutti il Like". Non per merito degli anti pena di morte, ma nonostante loro.
Il caso di Marvin Wilson, che potete leggere
qui se ve lo siete dimenticati, è esemplare. Perché? Perché è un coacervo di busillis, di scappatoie, di se e di ma. Per non ucciderlo ci sarebbero stati mille motivi, mille attenuanti. Era un ritardato, con bassissimo quoziente intellettivo. Era ignorante come una zappa, non si sapeva allacciare le scarpe, non poteva contare. Quando è nato suo figlio continuava a succhiarsi il pollice. Anche nei lavori manuali era un disastro, nonostante la grossa mole. L'avevano preso in mezzo in un giro di spaccio, ovviamente come ultimo anello di una catena che nemmeno poteva vedere o comprendere. Alla fine aveva probabilmente (evidenze oltre ogni dubbio pare non ci siano, ma non è nemmeno giusto giudicare così alla facilona un processo che non si conosce) ammazzato un informatore della polizia, assieme ad un altro tizio. Lui diceva di no. Prima di essere ucciso ha detto di dire a sua mamma che le voleva tanto bene. Un quoziente intellettivo da bambino di dieci anni, insomma.
Infine tenete conto del cognome. Wilson prende origine da un patronimico, Figlio di William, ed è un cognome diffusissimo nel regno unito e negli States. Con la schiavitù ai negri diedero infatti nomi comuni, per renderli più pronunciabili di quelli africani, come si fa da noi chiamando Abdul o Mustafa gli immigrati magrebini. Già dal nome quest'uomo era insomma uno degli ultimi, erede di una stirpe di negri schiavi, tenuti al di sotto di tutto, indegni persino di una identità propria. Ve lo ricordate come Hugo introduce Valjeant nel romanzo? Come il peggiore di tutti i miserabili.
Jean Valjean apparteneva ad una povera famiglia di contadini della Brie. Da ragazzo non aveva imparato a leggere e, fatto uomo, era divenuto potatore a Faverolles; sua madre si chiamava Jeanne Mathieu e suo padre Jean Valjean o Vlajean ch'era probabilmente un soprannome, a contrazione di Voilà Jean (Ecco Giovanni).
Jean Valjean era di carattere meditabondo, senz'esser triste, caratteristica degli animi affettuosi; però, tutto sommato, lo si poteva dire piuttosto pigro e insignificante, almeno all'apparenza. Aveva perduto il padre e la madre da piccino. La madre era morta per una febbre da latte mal curata e il padre, potatore come lui, s'era ammazzato, cadendo da un albero; ed a Jean era rimasta soltanto una sorella più anziana di lui, vedova con sette figli e figlie. Quella sorella aveva allevato Valjean e, fin che le era vissuto il marito, aveva dato alloggio e vitto al giovane fratello. Alla morte del marito, il maggiore dei sette figli aveva sette anni e il minore uno. Jean Valjean entrava allora nel venticinquesimo anno; sostituì il padre e soccorse a sua volta la sorella che l'aveva allevato, il tutto semplicemente, come un dovere, anzi con qualcosa di burbero da parte di Jean. In tal modo la sua gioventù si consumava in un lavoro faticoso e mal retribuito. Nessuno gli aveva mai conosciuto una "buona amica": non aveva avuto il tempo d'innamorarsi.
Dove voglio arrivare? A dire che questo signore era un poverino vittima della società eccetera? Neanche per sogno. Non lo so, e non sono io a poterlo giudicare. Non può nessuno. Voglio arrivare a dire che, nel momento in cui ci si mette ad argomentare su questioni di questo tipo, se uno sia abbastanza ritardato da essere ucciso, se uno sappia leggere e scrivere abbastanza per essere ucciso, se uno sia culturalmente evoluto abbastanza per essere ucciso, lo Stato è finito. La libertà è finita. Il Diritto è finito, e certamente l'Uomo per come lo definiamo da Aristotele in poi (da Omero in poi) è finito. Se io mi attribuisco il diritto di decidere della vita o della morte di qualcuno in nome di fattori tra cui scegliere, è tutto finito. Giuria popolare a parte. Ed è ancora più esemplare nei casi limite come questo.
Si finisce sempre per cadere nel biblico, ma ad un eccesso si reagisce con una provocazione: la pietra la puoi scagliare solo se puoi esserne ritenuto immune. Ovvero mai. E dev'essere così e basta. Spesso si cita a sproposito una frase di Gesù, che interrogato al tempio sulla legge risponde: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio". A molti fa comodo citare la prima parte, mentre la seconda è senza dubbio quella più pesante, magnifica nella sua ironia e scandalosità.
Ciò non ha nulla a che vedere col concetto di pena, di giudizio o di condanna: un giuria è giusto che mi possa giudicare in base alle prove: è giusto che decida se sono stupido abbastanza per essere condannato. Ma non per essere ucciso. Non lo può decidere nessuno chi può essere ucciso, perché nessuno è padrone della vita.
Il concetto non è elementare come potrebbe sembrare, ma è vero.
In chiusura si può solo tornare all'inizio, e citare la bibbia. Dove si dice: "non uccidere". Non si accenna a chi non si deve uccidere, non a quanto grave sia la colpa o mordente la motivazione. E la straordinarietà della venuta di Gesù guardate che è proprio questa. Lo spartiacque tra il prima e il dopo è solamente questo: tutte le religioni ti insegnano ad essere buono, a perdonare i torti, ma nessuna ti dice: "ama il tuo nemico" come fa quella di Gesù, sulla quale si basa l'Occidente cortese. Non uccidere! E' il più breve dei comandamenti, il più secco di tutti. Tu non devi uccidere.
Sarà che sono un po' fissato, ma mi ritorna sempre in mente l'aquila celeste, nel XX del paradiso.
Gli spiriti dei Giusti si pongono a formare un'aguiglia, un aquila, e alle domande di Dante ammoniscono il poeta da cercare di giudicare con occhi umani il mondo, e le cose, e la giustizia.
E mi viene anche in mente un'altra cosa: l'aquila celeste del cielo di Giove ha l'occhio formato da sei spiriti celesti, considerati i maggiori esponenti della giustizia divina. Tra essi ci sono re Davide, l'imperatore Costantino ecc.
Non solo. Il sesto personaggio che Dante vede è Rifeo, un uomo troiano. Rifeo era il più giusto di Troia, ma Virgilio per interesse in altre vicende a lui concede nell'Eneide solo un misero verso prima di passare oltre, enumerandolo tra tanti. Dante allora (anche in funzione di questo) lo esalta, lo pone al vertice del simbolico giudizio divino, sommo tra i sommi giusti della storia umana. Chi è misero fuori da Dio sarà insomma esaltato, questo è ciò che fa la cristianità in più della classicità.
Un criminale è un peccatore, e un peccatore è un miserabile. Uccidere Wilson che era un miserabile è stato un atto negletto, come lo è ogni uccisione. Cavillare su questa esecuzione è stato invece lo sputo di scherno del mondo ad una vicenda atroce.