Oggi pomeriggio sono un pochino in stallo lavorativo (attendo comunicazioni) per cui posso dedicarmi un po' più del solito al Blog. E già che questo mese lo sto seguendo abbastanza.
Mi andava di parlare un pochino di alcuni luoghi comuni che ruotano attorno alla fotografia dal punto di vista dello stile e del linguaggio, e che ritengo come molti luoghi comuni superati e a volte sciocchi.
Ovviamente ne parlo così, tra noi, come se fossimo al bar davanti ad un caffè; senza pretese di esaustività. Si cerca solo di passare il tempo, e come tutti, di vincere un po' la noia.
Una delle tante, piccole regole che ci vengono insegnate fin dall'asilo dei fotografi è che nei ritratti non si devono mai tagliare le mani, i piedi e la testa dei soggetti. Assocerei a questa regolina quella per cui l'orizzonte deve essere parallelo ad uno dei lati dell'inquadratura. A me viene sempre in mente, pensandoci, la mia maestra di italiano delle elementari, che sosteneva come un dogma religioso che dopo una virgola non si potesse mai mettere una "e".
Intendiamoci: queste piccole regoline possono essere utili, all'inizio, perché forniscono dei limiti certi, delle coordinate appunto, che nel caso dei tagli ad esempio aiutano a costruire l'immagine, ad avere un'idea standard della composizione di una foto. Se fai un bel ritratto con tutto dentro al frame 3:2 della camera sei insindacabilmente a posto con te stesso.
In più non nego che esistano generi fotografici nei quali queste inclusioni siano prerogative imprescindibili il più delle volte. Penso alla fotografia di scena, di balletto, di concerto. O anche al reportage giornalistico. Tutti campi nei quali lo scopo primario è la leggibilità della foto. La tua immagine deve essere chiara, immediata. Deve comunicare e contestualizzare un evento, un personaggio, una interazione tra personaggi. Più la foto è "pulita", gradevole, sobria, più ci avviciniamo alle richieste medie del nostro committente. Anche quando un'agenzia ci manda ad un evento e ci dice: fammi percepire la confusione, l'esuberanza, la follia della folla, in realtà sta al fotografo rendersi conto che questa confusione dev'essere filtrata, illustrata, ma non fotografata in quanto tale. Ovvero: la confusione di un evento non si rende con foto confusionarie, come la semplicità in musica non si rende per forza con un solo strumento che suona motivetti infantili.
Il discorso cambia in generi un poco più creativi, più autoriali. Non parlo della produzione da galleria ovviamente, dove la sperimentazione può spingersi più o meno ovunque, ma di generi commerciali, come la moda, il matrimonio, il book o il ritratto.
In questo ambito quelli che comunemente sono definiti errori possono diventare ininfluenti se non, per contrasto, cifre stilistiche. Il tutto a patto che il linguaggio si padroneggi, ovviamente. Per sovvertire una regola occorre per prima cosa sapere che questa regola esiste, e se la si sovverte lo si fa con un certo senso delle cose, non a "cazzodicane". Anche di fronte a questo mi stanno sempre più sulle scatole questi amatori (e ne ho già parlato) che ti fanno vedere foto mosse o dal fuoco incerto spacciandole per "scelte artistiche": aspetta un secondo genio, parliamone! Non è che qualsiasi menata vada bene perché siamo nel 2011, occorre un approccio metodologico.
Parlando per esperienza personale, ho sempre amato molto certi tagli nel ritratto; ad esempio mi succede spesso di sezionare un volto a metà della fronte, per concentrarmi sugli occhi del soggetto, oppure di croppare un filo i piedi in un taglio intermedio tra la figura intera e il piano americano, per togliere spazio di sfondo. Alcune di queste scelte sono considerate a volte errori di composizione, e in certi ambiti mi sono state contestate (ad esempio quando facevo foto sulle piste da sci) in favore di tagli più classici e canonici. Io però rivendico la legittimità di questi tagli, e perché vanno a costruire il mio stile personale, diverso da quello degli altri, e perché dopo aver letto che Tolstoj le "e" dopo la virgola le metteva non mi si può venire a dire che in fotografia, come in arte, esistono tabù e apriori. L'arte non è la religione, o se lo è, è una religione demiurgica, aristotelica. Una religione della ratio, un po' ratzingheriana se vogliamo, dove certe regole me le imposto io.
Lo stesso dicesi per l'orizzonte inclinato, la distorsione prospettica e tante altre piccole cose.
C'è da aggiungere in maniera più manichea che alcune di queste "sovversioni" sono diventate con gli anni talmente di moda da avermi un pelino stufato. Pur se del tutto legittimi, non ne posso più di vedere ritratti fatti con grandangolari spinti in cui le teste di queste povere ragazze pseudo darkeggianti vengono deformate rispetto ad un corpicino che si perde nella prospettiva, o vignettaure estreme nei bordi. Lo so, questa verrà presa come l'opinione di un grasso vecchio conservatore (lo sono) ed in effetti il mio è uno stile piuttosto classico o neoclassico, ma la sovversione che diventa norma per troppo abuso a mio avviso porta a spostare sempre un po' più in là la soglia dello stupore, fino poi a dissolverla. Anche per questo le mostre di McCarthy oggi ci dicono ben poco rispetto agli anni '70. E anche per questo le tette in tv nei programmi della gauche hanno perso del tutto l'impatto di satira sociale che avevano nei '90. Giusto per fare due esempi antitetici.
Volevo dire altre cose, ma vedo che mi sono dilungato, per cui rimando. Magari questa dei luoghi comuni potrebbe diventare una rubrica del blog!
Nessun commento:
Posta un commento