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mercoledì 23 novembre 2011

Perché non partecipo né organizzo Workshop

Ora mi prenderete per il solito stronzo, e non me la sento nemmeno di smentirvi.

Perché non partecipo né organizzo Workshop ritrattistici?

Ci sono più motivi: non mi piacciono le persone, sono a disagio in gruppo, ci sono modellacce over-qualunque cosa, non me ne frega niente di passare il weekend al lago con quarantenni in deficit affettivo, adoro essere l'unica persona sovrappeso sul set... Ma in realtà tutte queste cose vengono dopo.

L'unico vero motivo per il quale non amo i Workshop è che quando si scattano finalmente le foto i fotografi sembrano sciacalli sulla carcassa. Date un'occhiata alle foto di backstage o come le chiamate dei vostri workshop. Ok, si ride, si scherza, il fotografo fa vedere come si fa, ecc, ma poi si arriva al punto in cui finalmente si scatta. Ecco, quello è tremendo!

All'improvviso un branco di personaggi in penombra si attorciglia attorno alla malcapitata tardona sdraiata sul limbo e comincia a tempestarla di flah. E c'è quello tradizionale che comincia a pensare al tempo di scatto, quello che guarda le foto sul retro della fotocamera per accertarsi che "siano venute bene", quello che scatta ossessivamente, quello che è più furbo e trova prospettive improbabili, si sdraia, salta, si arrampica... Come scimmie! Un gruppetto di scimpanzé che davanti al Monolite non sa bene che fare e tenta abbozzati tentativi di scatto.
Le fotocamere si trasformano in armi, in uncini con cui colpire. Mi viene l'ansia a pensare a quante fotografie vengono scattate in pochi minuti, a quante schede di memoria flash vengono riempite, alla quantità di energie spese, ai fluidi corporei che aumentano di velocità, l'atmosfera che si scalda, all'invadenza dell'occhio scrutatore e voyeuristico del fotografo. La ragazza ha un'anima sola, una sola personalità, che per quanto grande viene smembrata e divisa a bocconi da una mandria di persone. A me sembra, da esterno, un atto di grandissima ferocia, di regressione della massa a principi elementari.

E infine contenti si fa una pizzata generale, e la settimana dopo a commentarsi le foto su Facebook.

Ok ci sta tutta che sia uno stronzo montato, non tento nemmeno un po' di sottrarmici; lo sono e me ne scuso, però questi workshop (nella loro accezione generale) mi sembra che stiano alla fotografia come l'andare in gita con la parrocchia stia al viaggiare. Non è tanto importante quel che vedi, ma il fatto di essere in compagnia con altre persone che da sole farebbero fatica a mettersi in moto (anziani, disabili, sfigati generici) e nel momento in cui arrivi c'è una guida che ti spiega, poi uno che ti dice dove pranzare, poi altra guida, poi tutti si va alla chiesa romanica, poi due ore libere, poi in albergo a cena coi tavoloni, poi nanna, e daccapo.





Non entro nel discorso organizzatori perché poi è conflitto di interessi e non sono veramente nessuno per giudicare il lavoro altrui. Ma se mi posso permettere un pensiero, secondo me sarebbe molto più consigliabile un workshop con un fotografo anche poco in gamba che però sappia ben relazionarsi con i suoi allievi, più che con un genio autistico. Ho sempre l'idea (certamente distorta) che appunto questi fenomeni servano più ad accontentare, ad intrattenere, che non a formare realmente.

Poi è evidente che ognuno ha non solo il diritto di parteciparvi, ma il dovere di mandarmi a cagare in queste farneticazioni altezzose, però è comunque quel che penso, e preferisco rinunciare all'ipocrisia di tacerlo che avere l'alloro dell'omertoso.

Tolto dunque per i fotografi alle prime armi che vogliono divertirsi e nel frattempo imparare qualcosa, secondo me ci sono due casi nei quali questa cosa del workshop può avere senso:
1- Quando serve a fare curriculum (ed il fotografo è realmente importante) sebbene sia una cosa che non farei: me ne frego e credo che in linea generale se ne freghino anche i miei clienti.
2- Quando il fotografo era Luigi Ghirri.
Il povero Ghirri infatti (un saluto alla moglie che è appena mancata) teneva dei Workshop per i quali era amato ed odiato, nel senso che si metteva a raccontare, spiegare, suggerire, e non faceva mai fare fotografie. Tutti portavano le loro reflex a pellicola lucidate, pronti a sfoderarle e fare a gara a chi l'aveva più grosso tra custodie in pelle ed altri preziosismi, e lui non la finiva mai di parlare. Alla fine nessuno faceva foto, si prendevano solo appunti. Perché Ghirri aveva capito e tentava di spiegare che non è fare fotografie che caratterizza un fotografo, ma un'operazione preliminare di osservazione ed interpretazione di quel che si vede. La fotografia per l'autore era l'ultimo passo di un lungo processo, che comincia con l'esperienza e si struttura in un'idea, o un sentire. Allo stesso modo in cui Leopardi non scrive l'Infinito per parlare di prati e siepi, ma come prodotto finale di una riflessione e linguistica e intellettuale sul mondo.

Poi è chiaro che non tutti vogliono fare i fotografi d'arte, ma nel mio piccolo credo proprio che qualunque sia il ramo di specializzazione di un fotografo (o di un comunicatore) il mettere le mani sulla materia debba essere una fase necessaria ma non iniziale dell'agire.
La storia mi dà conferme: due generazioni fa i fotografi imparavano il mestiere a bottega (in gran misura anche oggi in realtà). Finita la scuola dell'obbligo si andava a imparare quella roba lì invece che imparare qualcos'altro. E alla fine si diventava fotografi capaci, chi più chi meno. Insomma, con un po' di esperienza la tecnica si impara ragazzi, non è chirurgia toracica! Ed oggi più che mai la tecnica è soltanto una sine qua non, è il background su cui costruire qualcosa! Non esiste più il problema della sottoesposizione, del bilanciamento, del mosso, del quadro, dei chimici giusti. La vostra reflex risolve da sè duemila problemi, e lascia al fotografo il gusto di fare un passo oltre la tecnica, che è un passo un po' arduo ma anche divertentissimo!




(I copyright delle foto sono dei legittimi proprietari. Se richiesto provvederò alla rimossione).

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