Mi è venuta voglia di richiamare la capitale inglese chiacchierando di una foto che amo molto.
La foto è di Richard Avedon, il mio nume tutelare fotografico. Forse, semplificando, il fotografo a cui sono più legato, per affetto e certe affinità.
Non so voi, ma personalmente adoro raccontare le fotografie, perché nel fascinoso mondo del racconto orale o scritto si celano mille sfaccettature delle opere e della vita.
Comunque sia nel 1957 Richard Avedon è giù un affermato fotografo di moda, ed anzi è in un periodo di sconforto legato alle critiche che gli vengono mosse, quelle cioè di essere troppo leggero nei toni e di non andare in profondità con le sue opere. Sono accuse ingiuste; come dirà in seguito, ogni introspezione non può che nascere dalla superficie delle cose, ma comunque sia sta tentando di emanciparsi dall'etichetta di fotografo attento soltanto alla perfezione dell'immagine. A questo si aggiunga la sua ossessione fisiognomica per il volto, la cosa più grande che c'è in Avedon.
E' il 16 di Aprile, ed essendo una persona nota agli addetti ai lavori ed un fotografo molto in voga gli viene commissionato di fare un ritratto ai duchi di Windsor, ovvero Edoardo e Wallis Warfield, che si trovano a New York in un momento di grande sconforto e dolore. Il duca Edoardo, decidendo di sposare una donna di origini borghesi, è stato costretto ad abdicare al trono da poco calcato in favore del fratello Giorgio, quel timido ragazzo balbuziente ed introverso che poi sarà capace di tirar fuori l'orgoglio leonino per sostenere la nazione sotto i bombardamenti tedeschi, divenendo un eroe nazionale.
Distrutti dalle critiche e dalle atmosfere di palazzo britanniche, la coppia, come ripudiata, ripara negli Stati Uniti, per rinchiudersi nel proprio dolore personale ed esorcizzare gli eventi.
Avedon tutte queste cose le sa bene, e quando arriva alla suite 28 dell'hotel Waldorf Astoria ha un piccolo piano in mente. Ce lo racconta Diane Arbus, che ne è venuta a conoscenza dallo stesso Avedon anni dopo, durante una chiacchierata.
Richard monta in suo cavalletto, ad altezza uomo, chiede ai coniugi di stare in piedi, vicini, e di guardare in macchina. Il tutto è elegante ma sobrio, su fondo neutro, privo di orpelli inutili. Immediato.
Allora Avedon comincia a chiacchierare amabilmente con i coniugi Windsor, scattando qualche immagine di prova. I soggetti sono due tra i più aristocratici sebbene anticonformisti uomini dell'epoca, abituati ad una rigorosa etichetta, e ad essere al centro dell'attenzione dei media forse più della famiglia reale stessa. Ovvio che ogni loro movimento, gesto o parola fossero calibrati e attenti.
Nel mezzo della chiacchierata, dal nulla, Avedon dice: "Sapete che mentre venivo qui, oggi, il mio taxi ha investito ed ammazzato un cane?"
E' un secondo. Sul volto dei due si dipinge meccanicamente una smorfia di disgusto e di pena. Avedon è pronto, sa di essere venuto per quell'istante, e non sbaglia. Subito schiaccia l'otturatore e scatta la fotografia. Nel quadrato della sua inquadratura si imprimono i volti in primo piano di due signori non più giovani, dai lineamenti sofferenti e marcati, sfigurati da una reazione improvvisa ed autentica.
Questa semplice e bellissima fotografia, nella sua immediatezza esprime in un attimo tutti i paradossi dell'alta società, il dolore uscito dalla guerra, il sentimento di alienazione e di non appartenenza ad alcun luogo che da lì in avanti permeerà tutto l'occidente, il rapporto tra uomo pubblico ed uomo privato, l'equivalenza di ogni volto al di sotto degli abiti costosi, e la straordinaria realtà grottesca della contemporaneità, tirata fuori per un solo secondo e scoperta, rubata egoisticamente, stanata con astuzia e fermezza dall'obiettivo del fotografo.
E tutto questo lo fa secondo una tecnica che da lui in poi diventerà spaventosamente usata ed abusata nella fotografia di moda, quella cioè dell'attimo di sincerità. Non si tratta, come faceva ad esempio in Francia Jacques-Henri Lartigue, di cogliere attimi spontanei di vita vissuta, come in un reportage, ma anzi, all'interno di una costruzione del set consolidata e pre costruita, di generare un momento transitivo di autenticità, suscitando questa o quella emozione. Quella che io trovo la più straordinaria utilizzatrice di questo metodo è Ellen Von Unwerth, che è in grado di tirare fuori emozioni autentiche e straordinarie dalle sue lolite pur in set molto ben definiti e chiari.
Guardate bene quella fotografia e ditemi se non la trovate straordinaria.
Di tutto questo ho fatto tesoro durante il photo shooting di questa mattina, durante il quale in studio ho chiesto a Costanza un grosso sforzo su sè stessa, generando quanto di più spontaneo e transitorio potessimo fare. Al contrario di Avedon ho usato musica a massimo volume, danza, canto, suggestioni, abiti, luci, tutto quel che potevo per tirare fuori pose che dessero una idea di movimento, e temporalità.

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