Tre considerazioni.
La prima.
Oggi ho fatto un doppio lavoro molto pesante tra Bologna e Parma. Il mestiere di fotografo rientra appieno in quell'ambito nel quale capita spesso che si lavori nei giorni di festa: ho lavorato a Natale, per l'Epifania... E' come per i ristoratori, i baristi eccetera. Spesso per le feste si organizzano eventi, feste, presentazioni, concerti, e il fotografo parte e documenta, racconta per immagini... Tutte queste cose qua. Oggi, trattandosi dell'Epifania, si parla di bambini. Montagne di bambini. Miriadi di bambini. Sono devastato.
La seconda.
Realizzare servizi di people (o diciamolo più fighetto: reportage commerciale) implica fare davvero tante foto. Si scatta molto, su molte schede di memoria, si ha poco tempo per mettere a fuoco, esporre correttamente, tenere in mente mille cose sul come fotografare, come comporre, quale idea comunicare, chi è il cliente, eccetera eccetera. Questo si traduce poi in lunghe ore davanti a Lightroom (il più bel software di Adobe!). E' anche un genere dove occorre essere un pelo più sgamati del normale e saper ricorrere ad alcuni trucchi per salvare le situazioni. Alcune cose si imparano con l'esperienza, come a scattare in jpeg anziché in Raw (fidatevi, non è una sciocchezza!), o a intuire, in una mandria di persone appropinquate presso il punto dell'evento, in quale posizione mettersi per prenderli frontali, non troppo scuri, e via dicendo. Si impara ad usare con rapidità anche le lenti lunghe a fuoco manuale, perché i soggetti vengano presi con spontaneità da lontano con magari un bello sfocato che piace sempre, a virare in bn le foto con micro mosso per salvarle quando ci si tiene laddove a colori verrebbero cassate da chiunque. Si impara a vestire neutro, con scarpe comode tra l'elegante e lo sportivo, a portare borse non troppo cariche, leggere e trasportabili, ad avere una tabella di marcia precisa come un orologio svizzero. Si impara a sorridere incessantemente, a rispondere con cortesia ma fermezza a chi ti blocca dal lavoro chiedendoti -pur con buone intenzioni- le solite baggianate sulle fotografie, ad essere invisibile ma, se si deve metter mano alle cose, a farlo negando diritto di replica. Con anche un pelo di autorevolezza, se serve. Si impara che si mangia quando si ha finito, che il cellulare serve solo a ricevere chiamate dal cliente, che i bambini in foto tirano più degli adulti, che nella scelta dei soggetti si applica la più spietata eugenetica. Si impara che c'è sempre una persona nell'organizzazione che ti deve trovare simpatico, perché quando lo farà cercherà di venirti incontro, proponendo alla gente di farsi fare foto, assecondandoti se hai un'idea, sorridendo quando fai capire di volerlo fotografare. E poi mille altre cose.
La terza.
Essendo un maniaco della letteratura ed un amante dei classici, ho ormai da anni una serie di letture da anniversario. Sì, una cosa un po' petrarchesca, lo ammetto.
Ogni anno a Natale mi rileggo le stesse cose, a pasqua altre, per il mio compleanno altre ancora, così come per il giorno dei morti e così via.
La mia lettura del 6 gennaio è una delle più fantasmagoriche, e ve la consiglio volentieri.
L'opera "Gente di Dublino" di J.Joyce, uno dei miei autori preferiti, si conclude con un racconto lungo, il 15°, intitolato semplicemente "I morti". La vicenda prende atto nella città di Dublino, proprio nella sera dell'Epifania di uno dei primi anni del '900.
Quindi siamo del tutto in tema.
Non starò a farvi una sinossi, c'è Wikipedia per queste cazzate. Però se avete dalla scuola una copia del libricino del giovane Joyce, beh, tiratelo fuori, sarà una sera del 6 Gennaio che vi scalderà il cuore.