Il doppio volto della crisi economica porta ogni uomo a guardare dentro sé stesso per trovare risposte o energie.
Accade naturalmente. Ho sempre fatto caso al fatto che quando le cose vanno bene nessuno si interroga se siano legittime o meno, etiche o meno. Quando invece precipitano, come ora, si corre ai ripari, volendo in breve tempo rivendicare quelle introspezioni che sono mancate prima, come il ragazzino che si riduce agli ultimi giorni di agosto per i compiti delle vacanze.
Prendo spunto da quello che riporta questa mattina il
Corriere della sera. Nelle Marche dei rapinatori (due uomini e due donne) assaltano una gioielleria. Minacciano con pistole poi risultate finte, spezzano un braccio, picchiano violentemente, "vi ammazzo tutti!" e cose del genere. Di fronte alla minaccia al padre, con un braccio spezzato, l'adrenalina a mille, la testa fracassata, il gioielliere spara alla rapinatrice mentre scappa col malloppo.
Freddata sull'asfalto.
La notizia potrebbe chiudersi qui, non fosse che mentre il commerciante viene portato via in barella la folla si chiude attorno a lui applaudendolo per il gesto eroico di difendere ciò che possiede.
Come spesso accade, l'articolo di Corriere.it non è particolarmente interessante: molto più interessanti sono i commenti dei lettori. Pagine e pagine di solidarietà al commerciante. Le frasi alla rapinatrice: "Se l'è cercata", "una di meno", "rischi del mestiere", "Doveva pensarci prima", e così via.
Perché mi ha colpito questo articolo?
Non ne sono sicuro. Quel che a monte mi sento di dire è che la vita è una cosa complicata. Quella dei rapinatori di gioiellerie non vale meno di quella dei gioiellieri. Non me la sento tambien di stigmatizzare senza appello la solidarietà dei lettori e della folla al commerciante, che come accennavo all'inizio trae origine dall'epoca buia in cui viviamo, dalla lontananza delle istituzioni dello Stato, dall'adrenalina, la rabbia, la frustrazione, la cultura, la repressione.
Però quando si è esterni osservatori ci si può e a volte ci si deve prendere (assumere) il lusso (rischio) di azzardare una visione d'insieme circa i fatti della cronaca. Specie quando questi sembrano a torto o a ragione rispecchiare la società nella quale avvengono.
E allora penso questa cosa che segue, in punti per venire incontro alle semplificazioni di un blog.
1- La vita umana non è una cosa scontata. Non è nemmeno una cosa sulla quale si possa sindacare. E' sacra, nell'accezione del termine che indica l'impossibilità di giudizio circa essa. La vita è, e basta. Non la si può togliere. Non si può farlo mai. E' e deve restare il bene supremo della nostra società, l'ago del compasso sul quale fondiamo il diritto, la legge, la visione dell'uomo e del mondo. Chi toglie la vita, anche a un rapinatore, specialmente a un rapinatore, non può essere glorificato. Attenzione a quello che dico, perché è una cosa dura e senza scampo, per nulla ipocrita. Chi toglie la vita a un uomo è un assassino. Può avere avuto ragione, può esservi stato costretto, può essere perdonato, compreso, aiutato, compatito, ma è un assassino. E con questo dovrà convivere, pagare le conseguenze.
Non voleva che quei tizi entrassero nel suo negozio, lo picchiassero, lo minacciassero. Non l'ha cercato lui, non avrebbe mai sparato a nessuno in circostanze diverse. Ma sapete cosa? E' andata così, ha dovuto sparare, e il fatto che non abbia in ciò alcuna responsabilità non toglie nulla al fatto che l'abbia fatto.
Noi continuiamo a pensare che la vita umana debba essere "giusta", che il destino ci lasci un libero arbitrio sulle scelte che dobbiamo compiere, che alle persone perbene non sia giusto che capitino certe cose, però guarda caso non funziona così. Le cose brutte, sbagliate, inattese, devastanti, capitano. Anche alle persone perbene.
Essere dei benpensanti non aiuta, o se lo fa non cambia la realtà delle cose. Anche agli uomini innocenti capitano cose che li rendono colpevoli, colpevolmente o innocentemente colpevoli.
2- Ritorno sul libero arbitrio. Di fronte alla non scelta del gioielliere di sparare, perché non consideriamo la non scelta della rapinatrice a fare ciò che ha fatto? Lo sappiamo, abbiamo letto tanti libri, visto tanti film: le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. Avete mai visto sancarline milanesi di zona centro rapinare le gioiellerie? Com'è che sono immigrati o appartenenti alle fasce povere della società? Come per il gioielliere, siamo tutti innocenti colpevoli. E' la legge a salvaguardarci e a limitarci nell'esercizio della violenza e della prevaricazione, ma la legge non ci giudica in quanto persone. Non è nostra la colpa per la sorte toccataci, ma comunque essa ci è toccata, e la responsabilità con essa. Si chiama libertà. La rapinatrice probabilmente era vittima quanto lo era il gioielliere, responsabile per sé stessa ma comunque vittima.
Mi si dirà: "Come puoi dare risalto ai diritti e alle pene della rapinatrice, che dalla sua ha una legge permissiva e incapace di reprimere o condannare, che minacciava a pistole spianate uomini innocenti, che non esitava ad usare violenza cruda?"
Posso. Perché quella donna è morta.
Tutti quanti oggi dovreste entrare in una libreria qualunque, ed acquistare un romanzo di Lev Tolstoj che si chiama "Resurrezione". Poi nel prossimo mese leggerne un capitolo a sera, e dopo pensare nuovamente a ciò che è avvenuto in quella gioielleria.
3- Uno sguardo dall'alto. Provate, come accade in molti film, a figurarvi l'uscita della gioielleria. Con l'ambulanza, il telo sul cadavere, la polizia, le sirene, i curiosi. Ora come appunto al cinema immaginate che la macchina da presa si muova, allontanandosi dalla scena ed alzandosi da terra, fino ad inquadrare tutto il quartiere, dall'alto, senza musica.
E provate a vedere da lontano la questione. Come se non riguardasse anche voi. Vedete una storia di rapina finita male? Un dente per dente? Vedete un "se l'è cercata", un "eccesso di legittima difesa" oppure un "povera vittima della società rimane uccisa dal commerciante?"
Io, così da lontano, mi rendo conto che non sono in grado di giudicare nulla. Che nessuno lo è. Mi rendo conto, ora che sono estraneo, che il solo pensare di dare un giudizio su questa vicenda è un abominio, un paradosso del pensiero privo di scusanti.
E che, se proprio devo dar fiato a ciò che vedo, posso solo dire che l'esistenza umana sa essere miserabile, che la colpa sia nostra oppure no, ma soprattutto che a questa miseria, a volte, non c'è alcuna risposta o soluzione.