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domenica 8 aprile 2012

Pauline, Part I - Paris

Dopo quello di Zoè a zonzo per i parchi cittadini, ecco la prima parte del lavoro che ho fatto assieme alla stupenda Pauline Cheviller, un'attrice incredibile, potentissima, dagli occhi più grandi che abbia mai visto.

Questa volta siamo all'interno del Conservatorio nazionale superiore d'arti Drammatiche di Parigi, prima sul tetto (fino a doverne fuggire, cacciati dall'inserviente!), e poi nei corridoi antistanti il grande teatro di posa del Conservatorio. In questa mia ultima trasferta parigina ero affascinato da tutti quei luoghi del teatro che vengono vissuti come semplice passerella, o transito: i corridoi, le balconate, i pianerottoli, i ballatoi, i soppalchi, i solai, le aule, e così via. Tutti quei posti nei quali non ci si sofferma a riflettere, e che vivono della loro solitudine, interrotta soltanto da passaggi fugaci di gente che se ne va da qualche altra parte.

Per una giornata sono stati proprio questi luoghi neutrali ad essere al centro dell'attenzione. 
Anzi, mi correggo: questi posti non sono neutrali. Non si tratta di non-luoghi. Sono soltanto luoghi che non hanno mai goduto di un proprietario, come stanze di passaggio di una casa, con porte sempre aperte su pareti non contigue. Ebbene, direi che dopo queste giornate il proprietario potrei essere io! Perlomeno a carattere informale ;-)

Quello che volevo, anche solo accennandolo, era sfumare Pauline all'interno di queste "stanze" della canzone, facendo sì che fosse lei il carattere della fotografia, ma trattato non diversamente dal luogo. I fuori fuoco, le luci a volte basse, i tagli, la grana, l'atteggiamento reportagistico non identificano Pauline con l'ambiente, perché il soggetto umano deve sempre stare un gradino sopra, ma di certo la pongono ad esso in stretta relazione. Non cercavamo soltanto un "posto" per fotografarla, insomma. E sebbene il tempo a nostra disposizione sia stato veramente limitato credo che siamo riusciti - principalmente per suo merito - a centrare il mood della cosa.

Un'attrice, una giovane attrice, che in una pausa delle prove, senza orpelli, trucco o abiti firmati, come un animale nel suo bosco si muove attorno alle quinte del grande teatro, mai entrandovi, ma sentendone fisicamente la presenza, l'architettura.























sabato 7 aprile 2012

Zoè - Paris

La giornata passata assieme a Zoé Schellenberg, al Parc des Buttes Chaumont di Parigi qualche giorno fa, è stata senza dubbio indimenticabile. 


Non sono solito parlare troppo di queste cose, ma devo fare un'eccezione. Lavorare con Zoè è stato davvero straordinario. Io mi auguro che capiti anche a voi di incontrare nella vita questa attrice bravissima e piena di amore per la vita, perché è un'esperienza che riporta al giusto valore le cose, e ti mostra nella maniera più cristallina come al mondo esistano persone che credono ed amano talmente ciò che fanno da irradiarti con la loro passione, e la loro energia. 


Non vi nascondo nemmeno che scegliere questa piccola selezione di foto è stato per me uno strazio: avrei voluto mettere tutte le immagini! 


Date pure un'occhiata alle foto di Zoé, alla primavera parigina e al piccolo trucco che rende le due cose così  meravigliose assieme. 






















giovedì 5 aprile 2012

Giano

Il doppio volto della crisi economica porta ogni uomo a guardare dentro sé stesso per trovare risposte o energie.

Accade naturalmente. Ho sempre fatto caso al fatto che quando le cose vanno bene nessuno si interroga se siano legittime o meno, etiche o meno. Quando invece precipitano, come ora, si corre ai ripari, volendo in breve tempo rivendicare quelle introspezioni che sono mancate prima, come il ragazzino che si riduce agli ultimi giorni di agosto per i compiti delle vacanze.

Prendo spunto da quello che riporta questa mattina il Corriere della sera. Nelle Marche dei rapinatori (due uomini e due donne) assaltano una gioielleria. Minacciano con pistole poi risultate finte, spezzano un braccio, picchiano violentemente, "vi ammazzo tutti!" e cose del genere. Di fronte alla minaccia al padre, con un braccio spezzato, l'adrenalina a mille, la testa fracassata, il gioielliere spara alla rapinatrice mentre scappa col malloppo.
Freddata sull'asfalto.

La notizia potrebbe chiudersi qui, non fosse che mentre il commerciante viene portato via in barella la folla si chiude attorno a lui applaudendolo per il gesto eroico di difendere ciò che possiede.

Come spesso accade, l'articolo di Corriere.it non è particolarmente interessante: molto più interessanti sono i commenti dei lettori. Pagine e pagine di solidarietà al commerciante. Le frasi alla rapinatrice: "Se l'è cercata", "una di meno", "rischi del mestiere", "Doveva pensarci prima", e così via.

Perché mi ha colpito questo articolo?

Non ne sono sicuro. Quel che a monte mi sento di dire è che la vita è una cosa complicata. Quella dei rapinatori di gioiellerie non vale meno di quella dei gioiellieri. Non me la sento tambien di stigmatizzare senza appello la solidarietà dei lettori e della folla al commerciante, che come accennavo all'inizio trae origine dall'epoca buia in cui viviamo, dalla lontananza delle istituzioni dello Stato, dall'adrenalina, la rabbia, la frustrazione, la cultura, la repressione.

Però quando si è esterni osservatori ci si può e a volte ci si deve prendere (assumere) il lusso (rischio) di azzardare una visione d'insieme circa i fatti della cronaca. Specie quando questi sembrano a torto o a ragione rispecchiare la società nella quale avvengono.

E allora penso questa cosa che segue, in punti per venire incontro alle semplificazioni di un blog.

1- La vita umana non è una cosa scontata. Non è nemmeno una cosa sulla quale si possa sindacare. E' sacra, nell'accezione del termine che indica l'impossibilità di giudizio circa essa. La vita è, e basta. Non la si può togliere. Non si può farlo mai. E' e deve restare il bene supremo della nostra società, l'ago del compasso sul quale fondiamo il diritto, la legge, la visione dell'uomo e del mondo. Chi toglie la vita, anche a un rapinatore, specialmente a un rapinatore, non può essere glorificato. Attenzione a quello che dico, perché è una cosa dura e senza scampo, per nulla ipocrita. Chi toglie la vita a un uomo è un assassino. Può avere avuto ragione, può esservi stato costretto, può essere perdonato, compreso, aiutato, compatito, ma è un assassino. E con questo dovrà convivere, pagare le conseguenze.
Non voleva che quei tizi entrassero nel suo negozio, lo picchiassero, lo minacciassero. Non l'ha cercato lui, non avrebbe mai sparato a nessuno in circostanze diverse. Ma sapete cosa? E' andata così, ha dovuto sparare, e il fatto che non abbia in ciò alcuna responsabilità non toglie nulla al fatto che l'abbia fatto.
Noi continuiamo a pensare che la vita umana debba essere "giusta", che il destino ci lasci un libero arbitrio sulle scelte che dobbiamo compiere, che alle persone perbene non sia giusto che capitino certe cose, però guarda caso non funziona così. Le cose brutte, sbagliate, inattese, devastanti, capitano. Anche alle persone perbene.
Essere dei benpensanti non aiuta, o se lo fa non cambia la realtà delle cose. Anche agli uomini innocenti capitano cose che li rendono colpevoli, colpevolmente o innocentemente colpevoli.


2- Ritorno sul libero arbitrio. Di fronte alla non scelta del gioielliere di sparare, perché non consideriamo la non scelta della rapinatrice a fare ciò che ha fatto? Lo sappiamo, abbiamo letto tanti libri, visto tanti film: le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. Avete mai visto sancarline milanesi di zona centro rapinare le gioiellerie? Com'è che sono immigrati o appartenenti alle fasce povere della società? Come per il gioielliere, siamo tutti innocenti colpevoli. E' la legge a salvaguardarci e a limitarci nell'esercizio della violenza e della prevaricazione, ma la legge non ci giudica in quanto persone. Non è nostra la colpa per la sorte toccataci, ma comunque essa ci è toccata, e la responsabilità con essa. Si chiama libertà. La rapinatrice probabilmente era vittima quanto lo era il gioielliere, responsabile per sé stessa ma comunque vittima.
Mi si dirà: "Come puoi dare risalto ai diritti e alle pene della rapinatrice, che dalla sua ha una legge permissiva e incapace di reprimere o condannare, che minacciava a pistole spianate uomini innocenti, che non esitava ad usare violenza cruda?"
Posso. Perché quella donna è morta.
Tutti quanti oggi dovreste entrare in una libreria qualunque, ed acquistare un romanzo di Lev Tolstoj che si chiama "Resurrezione". Poi nel prossimo mese leggerne un capitolo a sera, e dopo pensare nuovamente a ciò che è avvenuto in quella gioielleria.

3- Uno sguardo dall'alto. Provate, come accade in molti film, a figurarvi l'uscita della gioielleria. Con l'ambulanza, il telo sul cadavere, la polizia, le sirene, i curiosi. Ora come appunto al cinema immaginate che la macchina da presa si muova, allontanandosi dalla scena ed alzandosi da terra, fino ad inquadrare tutto il quartiere, dall'alto, senza musica.
E provate a vedere da lontano la questione. Come se non riguardasse anche voi. Vedete una storia di rapina finita male? Un dente per dente? Vedete un "se l'è cercata", un "eccesso di legittima difesa" oppure un "povera vittima della società rimane uccisa dal commerciante?"
Io, così da lontano, mi rendo conto che non sono in grado di giudicare nulla. Che nessuno lo è. Mi rendo conto, ora che sono estraneo, che il solo pensare di dare un giudizio su questa vicenda è un abominio, un paradosso del pensiero privo di scusanti.
E che, se proprio devo dar fiato a ciò che vedo, posso solo dire che l'esistenza umana sa essere miserabile, che la colpa sia nostra oppure no, ma soprattutto che a questa miseria, a volte, non c'è alcuna risposta o soluzione.

mercoledì 4 aprile 2012

Quando sarò grande

Quando sarò grande mi prenderò una fotocamera Hasselblad con un magazzino 120, un 80mm ed un 150 Sonnar. Poi girerò in rete scovando pellicole scadute, o ordinerò dai siti questo e quel 6x6 a 12 esposizioni.

Avrò un mio ingranditore, due tank e qualche acido in uno stanzino buio, ricavato sotto qualche scala.

Lo farò scevro da alcun intento creativo, ma con in testa l'intenzione di esplorare tutta quella gamma di roba che mi dicono intercorrere tra il nero ed il bianco. Quei grigi tanto cari ad Adams, a Newton, ma anche a Ghirri, o a Gardin.

Quando sarò grande.

Per ora mi diverto come un satiro con il bianco, il nero e il puntinismo di quel Paul Signac che contrasto e chiarezza generano nelle fotografie digitali.



lunedì 2 aprile 2012

Luca Magnani

Ok, mi sono ripromesso di aggiornare il blog frequentemente in questo mese di Aprile. A giudicare dal solo materiale già prodotto potrei scrivere un post al giorno, ma vediamo di andare con ordine e un minimo di rigore.

Una settimana e mezzo fa mi trovavo a Londra, e un tardo pomeriggio ho scattato queste immagini con Luca Magnani, che oltre ad essere un carissimo amico (abbiamo suonato insieme per anni nella TNM Blues Band) è un eccezionale chitarrista, cantante ed autore. Risiede da un po' nel Regno Unito e in questi giorni si trova in Germania (il nome preciso del posto non lo ricordo, ma immaginatevi una roba con sedici sillabe a tre vocali in tutto) ad incidere un album. Dopo qualche birra al mio pub ufficiale di Londra ci siamo decisi a fare un piccolo servizio di ritratti all'aperto, per festeggiare la reunion e divertirci. Assistiti da Sina Otto abbiamo quindi passeggiato per uno dei luoghi a cui sono più affezionato, ovvero il lungo canale che da Camden ridiscende verso Regent's Park e lo Zoo di Londra, nell'ora che precede il tramonto sulla città. Quasi tutto scattato a luce naturale, senza cambi d'abito o trucco, nella più totale libertà e leggerezza. Le foto sono graziose, tra il sobrio e il britpop, e a mio avviso anche evocatrici dell'atmosfera di un pomeriggio di ozio e lavoro assieme.

ATTENZIONE: da questo post ho implementato le funzioni del mio account blogspot, ragion per cui le immagini caricate arrivano ad una dimensione molto maggiore. Io trovo la nuova funzione assolutamente fantastica, adoro vedere le foto giganti su schermo. Fatemi sapere se sono troppo grosse o lente da caricare, vedrò di tornare a caricamenti di dimensioni ridotte.