Le nostre visualizzazioni!

mercoledì 23 novembre 2011

Perché non partecipo né organizzo Workshop

Ora mi prenderete per il solito stronzo, e non me la sento nemmeno di smentirvi.

Perché non partecipo né organizzo Workshop ritrattistici?

Ci sono più motivi: non mi piacciono le persone, sono a disagio in gruppo, ci sono modellacce over-qualunque cosa, non me ne frega niente di passare il weekend al lago con quarantenni in deficit affettivo, adoro essere l'unica persona sovrappeso sul set... Ma in realtà tutte queste cose vengono dopo.

L'unico vero motivo per il quale non amo i Workshop è che quando si scattano finalmente le foto i fotografi sembrano sciacalli sulla carcassa. Date un'occhiata alle foto di backstage o come le chiamate dei vostri workshop. Ok, si ride, si scherza, il fotografo fa vedere come si fa, ecc, ma poi si arriva al punto in cui finalmente si scatta. Ecco, quello è tremendo!

All'improvviso un branco di personaggi in penombra si attorciglia attorno alla malcapitata tardona sdraiata sul limbo e comincia a tempestarla di flah. E c'è quello tradizionale che comincia a pensare al tempo di scatto, quello che guarda le foto sul retro della fotocamera per accertarsi che "siano venute bene", quello che scatta ossessivamente, quello che è più furbo e trova prospettive improbabili, si sdraia, salta, si arrampica... Come scimmie! Un gruppetto di scimpanzé che davanti al Monolite non sa bene che fare e tenta abbozzati tentativi di scatto.
Le fotocamere si trasformano in armi, in uncini con cui colpire. Mi viene l'ansia a pensare a quante fotografie vengono scattate in pochi minuti, a quante schede di memoria flash vengono riempite, alla quantità di energie spese, ai fluidi corporei che aumentano di velocità, l'atmosfera che si scalda, all'invadenza dell'occhio scrutatore e voyeuristico del fotografo. La ragazza ha un'anima sola, una sola personalità, che per quanto grande viene smembrata e divisa a bocconi da una mandria di persone. A me sembra, da esterno, un atto di grandissima ferocia, di regressione della massa a principi elementari.

E infine contenti si fa una pizzata generale, e la settimana dopo a commentarsi le foto su Facebook.

Ok ci sta tutta che sia uno stronzo montato, non tento nemmeno un po' di sottrarmici; lo sono e me ne scuso, però questi workshop (nella loro accezione generale) mi sembra che stiano alla fotografia come l'andare in gita con la parrocchia stia al viaggiare. Non è tanto importante quel che vedi, ma il fatto di essere in compagnia con altre persone che da sole farebbero fatica a mettersi in moto (anziani, disabili, sfigati generici) e nel momento in cui arrivi c'è una guida che ti spiega, poi uno che ti dice dove pranzare, poi altra guida, poi tutti si va alla chiesa romanica, poi due ore libere, poi in albergo a cena coi tavoloni, poi nanna, e daccapo.





Non entro nel discorso organizzatori perché poi è conflitto di interessi e non sono veramente nessuno per giudicare il lavoro altrui. Ma se mi posso permettere un pensiero, secondo me sarebbe molto più consigliabile un workshop con un fotografo anche poco in gamba che però sappia ben relazionarsi con i suoi allievi, più che con un genio autistico. Ho sempre l'idea (certamente distorta) che appunto questi fenomeni servano più ad accontentare, ad intrattenere, che non a formare realmente.

Poi è evidente che ognuno ha non solo il diritto di parteciparvi, ma il dovere di mandarmi a cagare in queste farneticazioni altezzose, però è comunque quel che penso, e preferisco rinunciare all'ipocrisia di tacerlo che avere l'alloro dell'omertoso.

Tolto dunque per i fotografi alle prime armi che vogliono divertirsi e nel frattempo imparare qualcosa, secondo me ci sono due casi nei quali questa cosa del workshop può avere senso:
1- Quando serve a fare curriculum (ed il fotografo è realmente importante) sebbene sia una cosa che non farei: me ne frego e credo che in linea generale se ne freghino anche i miei clienti.
2- Quando il fotografo era Luigi Ghirri.
Il povero Ghirri infatti (un saluto alla moglie che è appena mancata) teneva dei Workshop per i quali era amato ed odiato, nel senso che si metteva a raccontare, spiegare, suggerire, e non faceva mai fare fotografie. Tutti portavano le loro reflex a pellicola lucidate, pronti a sfoderarle e fare a gara a chi l'aveva più grosso tra custodie in pelle ed altri preziosismi, e lui non la finiva mai di parlare. Alla fine nessuno faceva foto, si prendevano solo appunti. Perché Ghirri aveva capito e tentava di spiegare che non è fare fotografie che caratterizza un fotografo, ma un'operazione preliminare di osservazione ed interpretazione di quel che si vede. La fotografia per l'autore era l'ultimo passo di un lungo processo, che comincia con l'esperienza e si struttura in un'idea, o un sentire. Allo stesso modo in cui Leopardi non scrive l'Infinito per parlare di prati e siepi, ma come prodotto finale di una riflessione e linguistica e intellettuale sul mondo.

Poi è chiaro che non tutti vogliono fare i fotografi d'arte, ma nel mio piccolo credo proprio che qualunque sia il ramo di specializzazione di un fotografo (o di un comunicatore) il mettere le mani sulla materia debba essere una fase necessaria ma non iniziale dell'agire.
La storia mi dà conferme: due generazioni fa i fotografi imparavano il mestiere a bottega (in gran misura anche oggi in realtà). Finita la scuola dell'obbligo si andava a imparare quella roba lì invece che imparare qualcos'altro. E alla fine si diventava fotografi capaci, chi più chi meno. Insomma, con un po' di esperienza la tecnica si impara ragazzi, non è chirurgia toracica! Ed oggi più che mai la tecnica è soltanto una sine qua non, è il background su cui costruire qualcosa! Non esiste più il problema della sottoesposizione, del bilanciamento, del mosso, del quadro, dei chimici giusti. La vostra reflex risolve da sè duemila problemi, e lascia al fotografo il gusto di fare un passo oltre la tecnica, che è un passo un po' arduo ma anche divertentissimo!




(I copyright delle foto sono dei legittimi proprietari. Se richiesto provvederò alla rimossione).

Anticipazione: Francesca

Lo so, da un po' di tempo aggiorno scarsamente il blog. I motivi sono due.
1- Poco tempo, sono spesso in giro.
2- Poca voglia quando sono in Studio... :-)

Comunque sia vi butto fuori una anticipazione di un lungo servizio doppio fatto con Francesca. Baci! Sono solo raw processati, c'era il sensore non pulitissimo e tutto il resto. Comunque sia questo è l'incipit. Così sfrigolate (vabbè.... immagino....).












venerdì 18 novembre 2011

Autunno Giorno e Sera

Mi dovete perdonare ma sono alcune settimane che mi trovo a produrre molti video più che fotografie.

Eccovi allora alcuni giochi di colori ed immagini presi come "riscaldamento" nel mio giardino con l'arrivo dell'autunno!

Riportando i video da Facebook per qualche motivo la possibilità di vederli in full HD si perde, per cui dovrete accontentarvi della bassa definizione. Se però vi andasse di goderne al meglio (anche perché i montaggi sono molto asciutti, il gioco sta nella piacevolezza delle immagini) vi rimando alla mia pagina su Facebook: questa qui! 





giovedì 17 novembre 2011

Alcune diapositive con Holga

Chiedo scusa ai fotografi smacchinoni che leggono per parlare di cose a loro ben note.

Holga è una piccola macchinetta fotografica analogica di produzione cinese. Esiste dagli anni 80 ed assieme ad altri nomi come Diana fa parte di quelle che vengono chiamate Toy Camera. Perché? Perché sono giocattolini. Fatte di plastica dalle meccaniche alle lenti, spesso ad ottica fissa o con pochissime focali disponibili, hanno una serie di controlli talmente limitata che chiunque può impugnarle e scattare. La messa a fuoco è approssimativa, non esiste esposimetro, alcuni modelli hanno un flash dalla portata brevissima, ed in generale appunto si palesano come giocattoli, non fosse altro per la loro estetica voluminosa e pacchiana. In base ai modelli si possono comprare con diversi supporti di formato, dal 35mm al 6x6. La mia permette di passare dal 6x4,5 al 6x6 con un curioso adattatore (alla voce: cosino di plastica). Il che significa che appunto ci si montano quei pellicoloni grossi che a volte appaiono nei film, di 6 cm di lato.

Perché si usano ste robe? Per fare foto super bellissime? None, virgulti. Le toy camera fanno foto ributtanti. O meglio, fanno foto strane, piene di aberrazioni cromatiche, prospettiche, di macchie, strisciate di pellicola, foto piene di graffi ed esagerazioni. Il fuoco è appunto tutto suo, l'esposizione viene come viene, e via così.
Se le si usa è perché l'effetto finale richiama una iconografia che, per usare le parole degli appassionati, definirò vintage (la parola più brutta che abbiamo mai importato). Per essere chiari: perché usate Hipstamatic sul vostro Iphone anziché fare foto al naturale? Perché poi vi sentite figosi. Ecco, una cosa del genere. Holga fa foto figose. Nulla che non si possa produrre con un software da foto digitali, è chiaro, ma il bello con questo apparecchietto è che in effetti contrariamente al digitale ignori il risultato fino alla stampa!
Ogni foto è diversa, ogni impressione porta flare diversi, colori diversi, e via così.

Da un servizio di un paio di mesi fa vi faccio vedere qualche provino con Holga, per darvi un'idea di quanto queste macchinette, usate con parsimonia e senso delle cose, possano anche divertire. In questo caso ho usato un rullo di diapositiva Fuji in formato 6x4,5, sviluppato però come fosse pellicola. La scannerizzazione è scandalosamente brutta, ma nel gioco toy-experiment ci può stare.








domenica 6 novembre 2011

Marie - A video Book





Eccovi un breve montaggio in hd del book di Marie Sambourg, una gentile e carinissima attrice Parigina. Qualche settimana fa pubblicai alcune delle foto, ed ora ho realizzato questo video della durata di due minuti e qualcosa.

Il lavoro è stato fatto ad ottobre 2011, a Parc des Buttes Chaumont, Paris, un lussureggiante parco ad est della capitale.

Oltre ad aver eseguito il montaggio e la post produzione, ho anche inciso al volo la colonna sonora del video. Perché? Perché è divertente! Ho finito il lavoretto ieri notte alle cinque, ma ne valeva la pena, mi sono stra divertito!


giovedì 3 novembre 2011

La Tempesta, ovvero I bimbi viziati o del "post post qualcosa"



Qualche giorno fa sulla mia pagina personale del Social Network blu ho postato una foto della modella statunitense Janelle Fishman, una scoppiatella con un bel potenziale nel mondo delle scoppiate che però per qualche motivo mi diverte. 

Ecco la foto. 


Dopo la mia condivisione la sempre più cara Flavia Rossi (soltanto - ahimè - omonima del sottoscritto) mi ha un po' bacchettato come ai vecchi tempi per la tenzone provocatoria. 

Volevo spiegarmi un po', ma Facebook non lascia troppi margini di manovra in queste circostanze, e allora mi sono detto in uno slancio intellettuale: perché non farne un post sul blogghe?

L'argomentazione si struttura in una premessa (nella quale i protagonisti vengono introdotti ed il lettore comprende il dramma) e due o tre (o sei) capitoletti. 



La Premessa. 


Non scrivo queste righe per "giustificarmi" nell'aver postato l'immagine. Per riparare al libero arbitrio ed ai danni intrinsechi che reca seco abbiamo per grazia il suffragio nei tempi e luoghi stabiliti da Roma, ed è più che sufficiente. Se scrivo è per noia, e per trasformare la bagarre in un pretesto per chiacchierare un po' di fotografia. 


Capitolo Uno (nel quale l'autore introduce Ferdinand de Sassure e dimostra di comprendere i timori di chi lo rimprovera, volendo da essi trarre cotanto insegnamento e beneficio). 


Mi scrive Flavia Rossi (professoressa, autrice, saggista, critico cinematografico e signora simpatica da morire in un mondo di gente pallosa e seria): 


Così capite l'antefatto, e come mai ora il Prospero che sono io porta tutti sull'Isola. E nel frattempo vedete anche l'avatar di Stitch che uso in questi giorni su facebook. 

Il "segno" a cui si riferisce Flavia è quello che sottostà all'accezione di de Sassure, ne avrete sentito parlare. Il padre dello strutturalismo moderno formalizzò alla fine dell'800 il dualismo tra significante e significato, inaugurando la stagione novecentesca della linguistica ma anche rivoluzionando o comunque metodicizzando un sistema poi divenuto imprescindibile per la critica del testo e così via. Con un meccanismo di causa ed effetto ad un segno o significante arbitrario e all'interno di un sistema culturale o sociale condiviso l'uomo (a volte anche la donna) attribuisce un significato specifico, facendo così che "c" significhi "c", "cavallo" significhi "cavallo" ecc. 

Pazzesco, eh?

Insomma, se in Italia dico o scrivo "cavallo" un interlocutore che condivida la mia lingua comprenderà subito che mi riferisco al quadrupede equino, perché sa che al significante "cavallo", una convenzione fonetica e grafica, la nostra società attribuisce un significato intangibile, noumenico, per dirlo con una parola inutile che fa capire che al contrario di voi odiosi proletari ho letto Platone, che rimanda all'oggetto, in questo caso l'animale. Stessa cosa se vedo un cartello di divieto di fumo: la sigaretta sbarrata mi rimanda subito al significato, nella consapevolezza sempre sottintesa di trovarmi in effetti di fronte ad un qualche cosa di totalmente astratto e convenzionale. Se cominciate a pensare che de Sassure dicesse in linguistica quel che Spinoza diceva riguardo la cives, secondo me avete un po' di ragione. 

A voi sembrerà una cosa banalissima, ma non lo è affatto, o quantomeno non lo era all'epoca, perché da questa distinzione derivano una marea di interrogativi e di studi: la gente cominciava a porsi domande sul senso dell'inventarsi ad esempio segni inesistenti, irreali, e da qui è un attimo passare la linea verso la filosofia. Oppure da fronti diversi quel vecchio alcolizzato di Chomsky è partito anche da de Sassure per arrivare a formulare la sua tesi sulla grammatica generativa, che ha permesso al mondo di compiere incredibili balzi in avanti nella comprensione dell'essere umano e dei suoi meccanismi e a me di realizzare come da persone dal valore intellettuale mediocre possano nascere perle di inestimabile valore. La rivincita dei cattivi.

E questo era il mio saggio riassuntivo di de Sassure, linguista. 
Tutto per dire: "Sì, il segno", e far capire che ho presente cosa intendesse dire de Sassure quando posto questa immagine su Facebook. 

Ma veniamo alla foto!


Capitolo due (nel quale si introduce l'immagine ed alla ragazza viene attribuito un nuovo nome). 


La ragazza nella foto si chiama Janelle Fishman, è una modella ebrea americana nota, che trovo molto brava e che ha avuto l'intelligenza e la fortuna di muoversi in un giro di fotografi contemporanei di moda molto "figo". 

Io l'ho conosciuta sfogliando un libro di Ellen Von Unwerth, ma questo ritratto, lo si vede lontano un chilometro, è di Terry Richardson, che dalla Von Unwerth ha scopiazzato lo scopiazzabile salvo poi nemmeno rendersi conto di non essere un raffinato erotomane bohemienne ma soltanto un piccolo maniaco sessuale come tutti noi sfigati. Amen. 
Ho detto che la modella si chiama Janelle, ma io ho deciso che la chiamerò Fantine. Anzi, Cosette. 

Per quale motivo? Lo stesso per il quale questa fotografia, pur essendo brutta, non è brutta, ma anzi il suo esatto contrario, ovvero é vendibile.


Capitolo tre (nel quale viene letta la fotografia). 


Leggiamo questo ritratto di Terry Richardson. 

Che cosa ci racconta? La prima cosa che balza all'occhio è che la fotografia rappresenta in pieno lo stile del fotografo americano: il piano è strettissimo sul volto e dal taglio "sgarbato", troppo chiuso e con quel mento così vicino al crop. Il formato è quadrato (vedremo in seguito che significa), la ragazza è struccata e butta fuori (meglio: lascia uscire) una boccata di fumo denso dalla bocca, alludendo con una certa evidenza al gestaccio che certe ragazze compiono e dal quale io prendo ogne distanza. L'esposizione è abbassata di un punticino per evidenziare ulteriormente l'incarnato, da un lato imbruttito, e focalizzare sulla densità del fumo. Non c'è post produzione, i bianchi sono bilanciati secondo un valore normale nella sua accezione latina (il fumo grigio è grigio, la pelle è rosa) e tutto viene dominato da una flashata pesante dritta contro il viso da 30/40° in alto rispetto agli occhi. Dicesi: flash a slitta. Non c'è fondo, e quindi nessun campo, prospettiva o ambiente, nessuna dimensione spaziale. Inoltre la flashata diretta di cui sopra accentua notevolmente l'appiattimento dei piani. Potremmo, peccando di anti-storicismo, dire che l'immagine è sognante (ma non a-temporale), un attimo preso al tempo come in una fiaba o in un saggio di Cartier-Bresson e regalato al supporto duraturo.

Una moderna Cenerentola, insomma. 
Perché la nostra Cosette, modella famosa e bellissima, ci sembra qui così bruttina, come fotografata ad una festicciola di fuori corso ritardati e messa su facebook nell'album "siamo troppo delle pazze?" 
Perché Richardson, seguendo il suo canonico leitmotiv, cerca di propinarci una bellezza controcorrente (l'ironia che vi suscita il termine è del tutto voluta), rock 'n roll. La sua ragazza sa di essere bella, ma soprattutto non vuole (finge di non volere) essere bella, ma solo figa, cool, rock 'n roll appunto, o post punk. Il suo intento è di diventare interessante per quello che ha da dire, il suo stile di vita rissoso e libero, e non la sua bellezza. Siamo donne indipendenti che non devono compiacere gli uomini ma che anzi possono permettersi gli stessi vizi effimeri dei primati con i quali si accompagnano alle feste di D&G. Ricordate quel che dicevamo prima a proposito del vecchio svizzero pazzo? Significante (le borse da cocainomane sotto gli occhi, il fumo), significato (sono figa, me ne frego delle regole da brava ragazza) con in mezzo però il filtro del codice condiviso. Quello per cui io giovane donna indipendente mentre leggo la rivista "so" nel senso che capisco di "dover sapere" che nel fingere di non voler essere bella la ragazza ci sbatte in faccia come in reltà "bella" lo sia eccome. Stile Angelina, insomma. 
Nulla di ciò che vediamo e percepiamo in questa foto "esiste" di per sé, così come non c'è alcuna cosa al mondo, di vera o falsa, che il pensiero non renda subito tale. E' un piccolo ipocrita gioco che sta in piedi dal momento in cui tutti noi ci adeguiamo ad esso. Vediamo la ragazza imbruttita, ma sappiamo di dover leggere "fa (to play) quella a cui non frega nulla perché è consapevole di sé stessa, indipendente, nonseguelemodelecrea" e tutte queste stronzate post post qualcosa. Il potere del medium va a costruire il segno, perché significante e significato di per sé non hanno alcun valore. Una variante della Persona greca, fenicia e latina: la maschera. La stessa di Liv Ullman, sì. 

Con una cosa in più però rispetto all'accezione avanguardistica che rende la foto e lo stile di Richardson importante (nonostante il fotografo sia, come Chomsky, un meschino, ma dopo Harry a Pezzi queste cose non contano più granché). Ovvero che siamo nel 2011. Nel post post qualche cosa.

La foto di Richardson in questione ripropone degli stilemi che sono nati negli anni post '68 con la contestazione giovanile. E' lì che si sono generati i movimenti de-quel-che-vi-pare, de-costruttivisti ecc: la necessità di rompere, di scardinare, di negare il canone affermando l'opposto. Una nuova donna, una nuova femmina, una nuova acquirente.
Ma attenzione o giovani menti che leggete: Richardson nel suo stile NON si rifà alla fotografia e all'arte degli anni 70, al warholismo e company. Se così fosse sarebbe un mentecatto a tutti gli effetti, ovvero un mentecatto a cui nessuno paga una lira per le foto. Mentre invece è un mentecatto che piglia (per un motivo) parecchi dindini. 
Infatti lui si richiama ad un altro periodo fotografico, quello degli anni tra gli 80 ed i 90: ad appunto Ellen Von Unwerth, Diane Arbus, Martin Parr, le cui estetiche sì che attingevano a piene mani dal sessantotto, dalla liberazione sessuale (e stilistica) alla canonizzazione della nomenclatura punk, in una maniera "consapevole" che cominciava a rendere normative le rotture di regole degli anni '70.
Un processo vagamente analogo a quello per il quale oggi non reputiamo un errore vedere un salto macchina in un film (al massimo una trovata un pelo stantia): perché dopo che Truffaut l'ha utilizzato con genio è stato reso norma da una generazione che in Truffaut e nella Nouvelle Vague trovava i propri referenti. 


Capitolo quattro (dove si racconta dell'estetica del fotografo americano Terry Richardson ma non si menzionano i suoi baffi da austriaco pederasta). 


Ci avviciniamo all'estetica post post qualcosa di Richardson così ben esemplificata da questa foto.
Capite quel che intendo? Richardson non è "Truffaut", ovvero "Warhol", anche se il suo stile si origina lì. Non è nemmeno il regista d'avanguardia che riprende anni dopo Truffaut per motivi avanguardistici (cioé all'interno di un nuovo linguaggio che attinge figuralmente a quello originario) ma è il terzo anello della catena. Quello cioè che si rifà ai manieristi di Truffaut. Mi seguite?

Sì, Richardson riprende e dà nuova vita ad una estetica già di per sé ripresa in passato (lo fa proprio in funzione di questo), ma non ha intenti avanguardistici, ovvero strutturati e declinati in una weltanschauung, bensì al di là (oltre) ogni possibilità di avanguardia. Il suo intento è puramente utilitaristico, commerciale, ed in tale ottica diventa autoriale. 

Ok, ve lo concedo, lo stile fotografico si rifà ad uno stile di vita dell'artista ed alla contemporaneità newyorkese, ma in realtà questa componente è pura maschera, Persona. La verità è che l'innovazione di Richardson risiede nel muoversi a piacimento da uno stilema ad un altro, fondendoli senza più bisogno in senso stretto del referente, ma solo di significante e significato. Il referente é il sistema, è il mondo, il web, la tv, la totalità delle gnoseologie di plastica globali. La foto di Cosette può benissimo essere una flashata capricciosa sul volto della modella con intenti espressionistici e naif, ma magari viene realizzata in dorso fotografico o banco ottico (il formato quadrato di cui si parlava all'inizio) anziché con la compattina giapponese. Insomma con strumenti da grande fotografo classico. O anche, se realizzata con la compattina, lo si fa per pura scelta, è una compattina simulacro e feticcio, in un set composto magari da dieci persone con a fianco strumenti di alta precisione e qualità fotografica.  

Questa non avanguardia post avanguardistica rappresenta in pieno il sistema contemporaneo, e non solo con vuote parole come le mie, ma nella vita di ogni giorno. Se accendiamo la Tv sullo Zecchino d'oro e la valletta è una scosciata Belen la cosa ci va benissimo, non pensiamo al fatto che 10 o 15 anni fa una valletta apertamente cocainomane che con buona approssimazione ha elargito favori carnali a metà della dirigenza FininvRai non sarebbe stata nemmeno accettata nello studio di un programma per bimbi. Capitemi, non è moralismo d'accatto, personalmente me ne frego, è solo una lettura che sposta quello che dicevo a proposito del linguaggio fotografico verso una prospettiva sociologica.

Altro esempio: Eva Henger, la nota pornostar (almeno a me era molto nota!), che presenta Paperissima col Gabibbo e nelle interviste dice: "Mi amano soprattutto i bambini". Una settimana dopo è in galera con Schicchi per commercio di schiave/prostitute dall'est europa... E via così, passando per Platinette che conduce il programma "intellettuale" della maggiore Radio italiana, ai travoni in parlamento in forza della loro reiterata travoneria, e fino ai concorrenti dei reality. Il tutto detto senza alcun giudizio di merito (noi siamo al di là del bene o del male). Il meltin pot è l'esemplificazione di questo casino, la commistione, il rimescolamento, l'amalgama, e Richardson ne è un rappresentante artistico.
Dicevamo che non si richiama a Warhol o ai post Warohliani (ve li ricordate i capelli della mamma di Alex in "A Clockwork Orange" o il tunnel di colori di "A space Odissey"?). 
Cosa lo differenzia in maniera definitiva? 
Innanzitutto il tempo, inteso come tempo storico dell'agire. Di conseguenza il contesto della sua produzione, l'essere (o l'esserci, non ho mai capito cosa si intenda ma Vattimo sarebbe tignoso sulla questione). Ma soprattutto, a mio avviso, la denominazione d'autore. 

Se Warhol e i suoi proseliti avanguardisti avevano in comune ed in comune con i classici la definizione di sé come Autori con la A maiuscolata d'alloro, Richardson fa parte di una generazione (di nuovo: post post qualcosa) che non si ferma a riflettere sul concetto di Autore come Artista, ovvero semplificando come titolare di un brevetto linguistico. La sua espressione, slegata com'è da un manifesto culturale, lascia decadere molti dei punti cardine della retorica artistica e strutturalista. 
Lui non ha bisogno della porta della Cattedrale di Wittemberg, perché il suo non-movimento non ha ragione di definire una norma, o meglio la definisce - se proprio vogliamo dirne una - negandosi alla speculazione, muovendosi su di una linea tra "pura produzione commerciale finalizzata ad un cliente" ed "echi di autorialità rubati o mutuati da movimenti (questi sì) consapevoli". 

La stessa Von Unwerth, in qualche modo antesignana di Richardson, o la Leibovitz, in realtà restano molto più legate a certi cardini riguardo il ruolo del fotografo. Ad esempio nell'approccio espressionista non si pongono mai, all'inizio, come fotografe, ma come dilettanti di talento, pur coscienti del ruolo sempre crescente che andavano a conquistare nell'ambiente fotografico. Era sempre chiaro cioè il criterio: la scala di misurazione era quella tradizionale, sebbene al di là delle ipocrisie da intervista in forza dei preventivi firmati venisse poi presa solo come misurazione quantitativa e non qualitativa del lavoro. Richardson questo non lo dice più. Lui non deve dire "sono un piccolo fotografo", non deve più fare arte "contro quella che c'era prima", non ha genitori da contrastare, bigottismi da cancellare, ma anzi può 
1: non dire nulla, fregarsene del tutto di questo mondo di dissertazioni e speculazioni, oppure, 
2: con la tracotanza del bambino viziato che prende le redini della società del papi, affermare il suo ruolo di spicco nella comunità artistica con ottimo diritto. 

Cosette ci dice la stessa cosa: lei non è la ragazzaccia che contravviene a quel che le vuole il papà fumando alle feste, facendo pompini e stando fuori fino a tardi, ma anzi ha da qualche parte una madre sessantottina che per un distorto senso delle cose la incita, o forse semplicemente se ne frega. Ed il devastarsi di Cosette non è ribellione verso l'autorità, non è auto distruzione junghiana, ma semplice, libero desiderio di sballarsi. Privo di ogni retorica, di ogni giustificazione per fede, di ogni sovra struttura ideologica. Mi direte: è terribile, spaventoso? Va bene, posso anche darvi ragione se vi fa sentire a posto con le vostre cosine etiche. E' la vera realizzazione del pensiero debole? No, probabilmente no, o forse è il portare agli estremi un discorso che sulla carta sembrava così figo... 

Dove in questa linea d'ombra si muova Richardson con più presenza non saprei dire, se su quella dell'autore consapevole o del commerciante che lascia che le cose accadano, ma suppongo che giochi a rimanersene defilato volutamente per lasciare l'alone di non detto necessario a farci supporre qualunque teoria. Definirlo un ciarlatano o un genio insomma è la stessa cosa per il fine che reca, nel senso che i due termini sono ormai svuotati di senso, come il bene e il male cui accennavamo poco fa, o forse rendono vero l'aforisma celeberrimo di Wilde per cui la differenza tra il pazzo e il genio sta nel successo. Ragion per cui peraltro posso dire che la foto di Cosette è una grande foto proprio in imprescindibile funzione del fatto che sia stato Terry Richardson a firmarla, e non pinco pallino (con tutto il rispetto). 


Capitolo cinque (nel quale si riassumono le tesi o conclusioni della riflessione)


E' evidente che quella di Richardson è una estetica del fare. Fare molte foto, vivere intensamente (o farcelo credere, che è la stessa cosa), prendere qua e là sprazzi di vita di strada medio borghese. La noia, la ricchezza, l'ozio, lo sballo e tutti i topoi della retorica punk, ripresi però in chiave post informatica, post wikipedica, a-storica. La contemporaneità di cui parla Richardson è dominata dall'assenza di mistero, di provocazione, di ironia (quando c'è è solo d'accatto, superficiale, più simile all'isterismo): ogni domanda cui si può rispondere viene svolta dalla comunità scientifica o dal mondo inteso come rete di menti, mentre su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. L'artista o il filosofo come già per Heidegger non è più colui che ricerca, che fa conoscenza. Lo spazio è un ipertesto, mentre il tempo perde di senso, diventa un presente sospeso, a metà tra la pubertà e la giovinezza, in questo panta rei di modelle che si susseguono e divengono un unico drago generazionale. La spinta escatologica non c'è più, l'artista non ricerca un vero da contrapporre ad un apparente, non ha complessi edipici di sorta, anzi è amico del padre e lo stima. Di più: l'artista non è più nemmeno così conscio del suo ruolo, si muove in un limbo tra l'autorialità della firma e la totale devozione al mercato. Posso azzardarmi a dire che Richardson non abbia mai letto un testo di Melville, o Lovecraft, eccetera, e possegga libri di fotografia ma non saggi. 


Conclusione (nella quale l'autore esplicita le proprie motivazioni)


E allora quali le mie intenzioni nel pubblicare questa foto sulla granitica bacheca (che ora si chiama diario a quanto pare) di facebook? 
La prima di dichiarare una presa d'atto del genere, della tendenza contemporanea di una certa fotografia a cavallo tra America e centro Europa di volersi sottrarre all'accademia per trovare interlocutori nel mercato e nella falsa provocatorietà dell'editoria, web o cartacea. 
Ed inoltre - come mio solito - una certa stoica o forse solo sarcastica sospensione del giudizio, che trovo per nulla banale. Mi pare che criticare questa tendenza artistica (se lo è) sia un esercizio retorico, è più facile che prendere atto della macro struttura che la domina, ma soprattutto non porta a concretezza: chi fa queste immagini gode di un certo seguito nella comunità artistica mondiale, e pur dando per scontato che non è affatto detto che tutti quei miliardi di mosche sulla merda debbano aver ragione o che l'avessero anche TOT milioni di Tedeschi quando hanno votato belli paciarotti per Hitler, comunque ci si deve porre il problema. 
Ovvero: sono tutti scemi a dare credito a questo tipo di arte? E' il mondo che è fuori di senno e noi soli siamo stati incaricati di sistemarlo o forse non c'è solo del marcio in Danimarca ed il mondo, semplicemente, cammina a quel modo? 














Ps.

Pur pubblicandolo con un giorno di ritardo ho cominciato questo articolo la sera del 2 Novembre 2011. Volevo pertanto mandare un saluto a tutti i morti che non escono dalle tombe in quel giorno di lutto e salutare particolarmente PPP che morì trentasei anni fa proprio in occasione della ricorrenza. 

mercoledì 2 novembre 2011

Lavazzone

Il calendarione di Lavazza del 2012, quello dei primi vent'anni, è veramente una botta visiva ragazzi.

Sfogliatevelo qua, prima di andarlo a comprare: linko.

Cosa hanno fatto quelli di Lavazza con la complicità della Armando Testa? Hanno preso 12 dei maggiori fotografi main stream su piazza ed hanno chiesto loro di farsi un autoscatto che parlasse del rapporto che hanno col caffè Lavazza.

.....


...Ok, è un po' tirata, ma potete giudicare da voi il risultato del lavorio di questi grossi calibri!
Ecco i partecipanti (io non ci sono perché avevo mal di gola...):
Erwin Olaf, Thierry Le Gouès, Miles Aldridge, Marino Parisotto, Eugenio Recuenco, Elliott Erwitt, Finlay MacKay, Mark Seliger, Annie Leibovitz, Albert Watson, David LaChapelle, Ellen von Unwerth. 


Chiude la Von Unwerth, che da quel che mi pare di intuire dallo stile ha firmato anche cover e retro di copertina, da brava mamma e matrona del mondo della fotografia glam.